Ecco perché oggi andrò ad ascoltare Peter Thiel
Autentico libertario e imprenditore geniale, in Italia vittima di troppe banalizzazioni. Oggi inizia il suo ciclo di conferenze romane: le seguiremo per scoprire chi sia davvero
Devo ringraziare l’Associazione Gioberti che mi ha invitato, a partire da oggi, a sentire le conferenze romane di Peter Thiel. Conferenze che partono con un destino curioso: quelli che non le ascolteranno, non essendo stati invitati, già le criticano a prescindere, le demonizzano, ne propongono una caricatura preventiva. Come certe recensioni di film non visti al cinema: «Non l’ho visto e non mi piace», scrivono, senza rendersi conto di come - in questo modo - non facciano un figurone e semmai diano la misura di sé, faziosi e dominati dal pregiudizio.
Chi sia Thiel in questo momento, quale parte abbia deciso di interpretare, comincerò a scoprirlo oggi. Magari (mi auguro) si confermerà un uomo capace di coniugare istinti libertari, talento di imprenditore geniale, esploratore tecnologico ma anche persona interessata a collegare quella dimensione a valori umanistici antichi e incancellabili.
O invece (spero di no, ma saprò dirlo solo dopo averlo ascoltato, non prima) potrebbe aver scelto per sé un ruolo da ideologo estremo e spregiudicato. Non credo affatto e non me lo auguro, ma non posso certo dirlo in anticipo.
Peter Thiel, le lezioni del tecno-guru americano: cosa c'è dietro il simbolismo dell'Anticristo
Qualche anno fa Thiel balzò agli «onori» dei media italiani essenzialmente nella cronaca di costume o in articoli di colore: per le sue eccentricità da miliardario circondato da una caterva di assistenti e collaboratori; per le sue vere o presunte preferenze sessuali e le relative polemiche con un sito di gossip; per la sua rumorosa presenza, con endorsement a favore di Trump, nella convention repubblicana del 2016.
Ma, banalizzazioni italiane a parte, si trattava già allora di una figura singolarissima di imprenditore geniale e talentuoso nel settore delle nuove tecnologie (fondatore di Paypal e Palantir, finanziatore di Face book e LinkedIn, solo per fare pochissimi esempi), oltre che di un sincero libertario, di un uomo convinto che il miglior criterio sia la limitazione e non l’accrescimento della sfera dell’intervento pubblico. Tempo prima, aveva tenuto un corso a Stanford tutto dedicato alla nascita di nuove imprese, alle start-up, e poi - insieme a Blake Masters - ne aveva trascritto le parti essenziali in un libro («Zero to one», cioè «Da zero a uno»).
Il concetto di fondo è tanto semplice quanto intellettualmente emozionante: non si tratta di passare da «uno» a un’altra cifra (cioè copiare o estendere ciò che già esiste), ma di passare «da zero a uno», cioè di compiere l’atto (a suo modo divino) di una nuova creazione.
La sfida è doppia, spiega Thiel: in primo luogo, perché ogni innovazione è unica, e nessun’autorità può «spiegare» ex ante come realizzarla; e in secondo luogo, perché perfino quelle che oggi appaiono come best practices rischiano di condurre a esiti vecchi. Bisogna prendere sentieri ancora inesplorati, e non limitarsi a battere vie già sperimentate.
Insomma, il "nuovo" Bill Gates non costruirà un sistema operativo: quell’impresa l’ha già compiuta il "vecchio" Bill Gates. I "nuovi" Larry Page e Sergey Brin non realizzeranno un motore di ricerca: è stato già fatto.
Se vogliamo davvero imparare dai grandi innovatori, la vera lezione non sta nel copiare (e magari anche migliorare) le loro opere, ma nell’adottare il loro metodo: che è stato quello di distaccarsi radicalmente dal passato, di inseguire un "salto" e uno "scatto" rispetto all’esistente. Viene alla mente - in tutt’altro ambito, ma con logica simile una celebre intervista di David Bowie, che, per spiegare il suo successo e le sue continue trasformazioni, diceva più o meno: «Appena un meccanismo funziona, devi tentare qualcosa di completamente nuovo».
Il ragionamento di Thiel ha una portata letteralmente filosofica. Il futuro non è soltanto l’insieme delle cose che non sono successe finora, ma qualcosa di più: il futuro è ciò che introduce novità tali da indurci a guardare al passato in una luce assolutamente diversa rispetto a prima. In questa chiave, il progresso a cui mira Thiel non è "orizzontale", cioè quantitativo: quella è l’essenza della globalizzazione, che consente di diffondere di più e ovunque ciò che esiste ora. Thiel punta invece a un progresso "verticale", cioè a un cambiamento profondo, a un salto di prospettiva. Per capirci con un esempio: non il passaggio da una a cento macchine da scrivere, ma il passaggio da una macchina da scrivere a un computer. Questo "salto" è il territorio della tecnologia.
I capitoli che Thiel dedica a sviscerare questa idea sono appassionanti. Sbagliamo - dice - quando dividiamo il mondo tra «sviluppato» e «in via di sviluppo». Questa distinzione presuppone che tutto - più o meno sia già stato inventato, e che ora si debba solo farlo circolare in altre parti del pianeta. Invece, dovremmo comprendere che (con le due eccezioni dei computer e delle telecomunicazioni) troppe parti della nostra vita sono rimaste sostanzialmente simili a quelle dei nostri genitori e dei nostri nonni.
Per avere nuovi "salti", nuovi "scatti", occorre «cercare il segreto», cioè provare a individuare strade non ancora percorse da altri. In questo senso, le teorie che Thiel individua come nemiche sono l’«incrementalismo» (cioè l’idea che si debba procedere esclusivamente passo dopo passo), l’«avversione al rischio» intesa come eccesso di prudenza, la «piattezza» come idea che il mondo sia ormai omogeneo, e la «compiacenza» come soddisfazione eccessiva per lo status quo.
Naturalmente, questa è la parte più "challenging", più visionaria e "sfidante" della filosofia di Thiel, che però non è un avventurista o uno sfasciacarrozze, e quindi, quando poi passa, nella seconda parte del volume, ai suggerimenti concreti per la nascita di una start-up, mostra anche il suo lato più cauto e riflessivo. Intanto, perché questa passione per le start-up? Perché proprio una realtà imprenditoriale nuova e non burocratizzata può avere la libertà e la flessibilità per cogliere una novità, per agire come un vascello corsaro, per non essere prigioniera della scontatezza.
Però la "manualistica" di Thiel – come accennavo – è saggia e giudiziosa. Le sue raccomandazioni per le start-up sono di grande ragionevolezza. Primo: crescere in modo progressivo, senza fare il passo più lungo della gamba. Secondo: essere flessibili, non fissarsi su un solo prodotto o su una sola missione, ma essere capaci di cambiare rotta, se necessario. Terzo: fare tesoro della competizione con i concorrenti, dai quali c’è sempre da imparare. Quarto: focalizzarsi prima sul prodotto e solo poi sulla sua distribuzione.
Quinto: verificare, rispetto al personale, che ciascuno abbia un compito definito, evitando sovrapposizioni e confusioni inevitabilmente foriere di conflitti e gelosie. E soprattutto, sesto: prima occorre cercare di dominare un segmento di mercato preciso, e solo poi cercare di espandersi in ambiti limitrofi. Si pensi all’esempio di Amazon: prima ha dominato il mercato dei libri, e poi è passato ai cd, ai video, fino a diventare oggi lo store più grande del mondo.
L’ultima parte del volume è anch’essa appassionante, ed esplora le possibili evoluzioni del rapporto tra uomo e macchina. In una lunga fase, si era temuta una massiccia sostituzione, con il fattore umano destinato inevitabilmente a soccombere.
Invece, e qui Thiel combina ottimismo e realismo, lo "specifico" umano (fatto di esperienza, sensibilità, ecc) è insopprimibile. Un settore (quello della prevenzione delle frodi informatiche) ha mostrato per primo che la cosa migliore è proprio l’apporto congiunto di uomini e macchine: servono ovviamente gli algoritmi (capaci di elaborare scenari/calcoli/ipotesi in quantità enormi e a velocità irraggiungibili per la nostra mente), ma serve anche un analista umano in grado di esprimere un giudizio finale, di interpretare, di capire. Thiel ha cercato di esportare questa combinazione di uomini e macchine in altri settori: e Palantir è proprio la creatura attraverso la quale le esperienze maturate nei sistemi di sicurezza antifrode sono state via via trasferite nella lotta al terrorismo e ai crimini finanziari. Anche qui Thiel apre scenari affascinanti, offrendo una terza via rispetto alla propensione della Cia a privilegiare il fattore umano nello spionaggio e la propensione dell’Nsa a privilegiare i computer. Le due cose vanno invece combinate e potenziate insieme, rendendo possibili risultati esaltanti. E qualcosa di altrettanto innovativo potrà realizzarsi combinando l’apporto di uomini e macchine in mille altre settori e attività: dall’avvocatura all’insegnamento, sempre avvalendosi di un decisivo supporto tecnico, ma aggiungendo l’unicità del "tocco" umano. Quel libro è un’autentica avventura intellettuale, stimolante come poche altre. Una ragione di più per rimanere delusi e sbalorditi quando una figura come quella di Thiel viene trattata prevalentemente o solo per le sue stravaganze, per la sua eccentricità da celebrity mediatica, e non valutata e discussa per il contenuto delle sue proposte. Ascoltiamolo ancora e poi, solo poi, lo giudicheremo.
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