Capezzone: centrodestra, calma e sangue freddo. Ma un problema c'è
Nessun dramma, anzi calma e sangue freddo, anche perché le previsioni del tempo (e pure quelle del Tempo) sono e restano buone. È probabile che al referendum del 22-23 marzo prevarrà il Sì, ed è ancora più probabile che il centrodestra rivincerà le elezioni politiche del 2027. Dalle grandi sfide della politica estera ai temi del dibattito nazionale, tutti vedono la differenza tra Giorgia Meloni (quello che i britannici chiamerebbero «un paio di mani sicure») e l’accozzaglia Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni. Qualcuno di noi affiderebbe forse a quel quartetto qualcosa di importante per la propria vita? La risposta è un secco e sicuro no. E tuttavia il centrodestra ha un problema che prima o poi (più prima che poi) andrà affrontato. In super sintesi: a funzionare è solo Giorgia Meloni. Badate: non si tratta di ripetere la fastidiosa cantilena sulla presunta assenza di una classe dirigente intorno a lei. Figure sagge, così come altre fresche e spendibili, ce ne sono eccome: e molte, in Fratelli d'Italia e nei partiti alleati, le trovate spesso su questo giornale. Così come sarebbe ingeneroso caricare troppe responsabilità sulle spalle dei partiti alleati: la Lega esce da anni di persecuzioni e attacchi mediatici selvaggi, ed è un miracolo che sia tutto sommato in buona salute, e Forza Italia copre uno spazio politico prezioso con sondaggi positivi. E allora?
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E allora a non funzionare, a mio modesto avviso (e qui c’è anche un’onesta porzione di autocritica), è l’accompagnamento culturale e mediatico rispetto a questa stagione di governo del centrodestra. A volte i media d’area (Il Tempo si sforza di sottrarsi a questo schema, ma non sempre ci riusciamo) sembrano più abituati a dare addosso alla Schlein che non a esercitarsi in un’elaborazione «construens». Per capirci: servirebbe più aiutare il governo quando fa bene (e pungolarlo quando fa meno bene) che stare concentrati sul Pd e i suoi cespugli alleati. Delle cui inadeguatezze i lettori egli elettori di centrodestra sono già ampiamente convinti. Insomma: occorrerebbe convincersi (e convincerci) che al governo non c’è più il Pd: perché trattare quel partito e i suoi media d’area come se ancora fossero la nostra bussola (sia pur polemica) di riferimento? E in tv? Peggio mi sento. Quasi da tutte le parti il centrodestra gioca ormai costantemente in trasferta, e subisce (o accetta) lo schema «uno contro tre» concepito da La 7 e rapidamente esportato anche altrove. Da mesi propongo ovunque (ahimé, largamente inascoltato) lo schema «uno contro uno», cioè un grande rilancio dei «faccia a faccia». Inattaccabili sul piano della par condicio ed efficaci sul piano della tensione emotiva e degli ascolti. E invece no: assistiamo ogni sera o ad agguati anti centrodestra, oppure al genere che potremmo chiamare «omelia-monologo» di sinistra (modello Damilano), a cui solo ogni tanto si giustappone una contro-omelia di segno opposto.
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Anche qualche sinergia, qualche gioco di sponda che sarebbe prezioso nell’area culturale e mediatica di centrodestra è a volte reso complicato o addirittura precluso da microgelosie, personalismi, scarsa abitudine a compattarsi quando sarebbe necessario: esercizio in cui invece a sinistra, pur detestandosi fra di loro, sono allenatissimi. Sempre sul piano culturale, occorrerebbe far vivere una maggiore ricchezza di associazioni, fondazioni, think tank e centri di elaborazione, che non dovrebbero aver paura delle loro differenze. Al contrario: ognuno deve fare la sua parte, e poi tutti devono concorrere a un centrodestra-mosaico, arricchito dalle sue diverse componenti e identità. C’è molto lavoro da svolgere, e non può farlo tutto Giorgia Meloni. Rimbocchiamoci le maniche: le elezioni non sono affatto lontane.
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