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Capezzone: amici del Sì, occhio alla campagna. La vittoria non è scontata, due errori da evitare

Foto: Il Tempo

Daniele Capezzone
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C’è qualcosa che non mi convince e anzi mi preoccupa nella campagna per il Sì al referendum sulla giustizia: è come se, tra gli amici favorevoli alla riforma, ci fosse la convinzione di una sorta di inevitabilità della vittoria alle urne del 22-23 marzo. Per carità, è vero che i sondaggi sono tutti positivi, ed è altrettanto vero che il clima presso l’opinione pubblica non è affatto favorevole ai magistrati-pasdaran, a quell’Anm che ha scelto di farsi contropotere politico gettando definitivamente la maschera. E fin qui, tutto bene per il Sì. E tuttavia i sondaggi sono una cosa diversa da una prova elettorale. Un conto è rispondere a una domanda al telefono stando comodamente seduti a casa («lei voterebbe sì o no?»: una sessantina di italiani su cento, al telefono, tende a rispondere sì); altro conto è mettersi il cappotto e uscire di casa quella domenica per depositare la propria scheda nell’urna referendaria.

 

 

Nessuno - per quanto ne so - ha testato la propensione alla mobilitazione dei sostenitori del sì e del no, quale sia il tasso di «motivazione» delle persone convinte dell’una o dell’altra tesi: se uno dei due gruppi mostri più spirito militante, più combattività nel persuadere gli altri, più determinazione di recarsi davvero alle urne. In particolare, due errori vanno evitati dagli amici del Sì. Il primo: una presentazione troppo tecnica della riforma, come se si trattasse di una faccenda per avvocati o per esperti. Il secondo: confidare solo nella contrapposizione destra/sinistra, sottovalutando quanto le dispute strettamente politiche (o che tali appaiano) abbiano stancato gli italiani.

 

 

Al contrario, occorre raccontare storie di malagiustizia, di privilegio della supercasta giudiziaria, di soggezione del giudice rispetto a un pm strapotente, di magistrati sottratti alla responsabilità per i loro errori perfino in caso di malafede o di gravissima negligenza. Sta qui il punto: ricordare a ogni cittadino che questa «giustizia» può colpire anche lui. Se il telespettatore percepisce che non si sta parlando solo a lui, ma di lui, allora cambia tutto. E per il Sì la strada sarà in discesa.

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