Un sì alla Meloni, un no al referendum. Sbagliato trasformare la chiamata alle urne in un test di fedeltà politica
Giustizia a sorte. C’è un equivoco tanto comodo quanto perfidamente diffuso sul referendum in materia di giustizia: trasformare la chiamata alle urne in un test di fedeltà politica. Un Sì o un No al governo. Una scorciatoia rassicurante che evita il merito, sposta l’attenzione e riduce tutto a una tifoseria. A marzo, val la pena ricordarlo, non si voterà su Giorgia Meloni - che si sta imponendo con straordinaria autorevolezza sulla scena internazionale -ma su un passaggio delicatissimo dell’equilibrio costituzionale. Politicizzare il referendum significa ridurlo alla narrazione del nemico da abbattere: «noi contro voi». Sotto la formula rassicurante del «giusto processo», la riforma nasconde un’insidia che rischia di produrre l’effetto opposto: rafforzare il pubblico ministero e la polizia giudiziaria, a scapito delle garanzie del cittadino proprio nella fase in cui è più vulnerabile. Il cuore del problema sta nello snodo dell’indagine, dove si concentrano i maggiori poteri e le minori garanzie. È lì che si intercetta, si perquisisce, si entra nei telefoni e nei conti correnti. È lì che spesso si costruiscono carriere. Ma è soprattutto lì che si distruggono reputazioni e vite, molto prima che un tribunale - o la Cassazione - possa intervenire. Di pubblici ministeri da copertina ne abbiamo avuti e continuiamo ad averne. Ricordo bene l’intimità ostentata con ufficiali di polizia giudiziaria scelti sempre dagli stessi pm: squadre stabili, rapporti permanenti, linguaggi comuni. Più che funzionari dello Stato, comunità chiuse, con la loro verità custodita in qualche file sul pc – «un verminaio», lo definì in un caso Raffaele Cantone.
E i fatti? Marginali: prima si costruiscono le ipotesi accusatorie, poi qualcuno, nel caso, adatterà le prove. Questa riforma assomiglia a una dieta sbagliata: si parte con l’idea di curare un problema e si finisce per peggiorarlo. Non migliorala vita dei cittadini: non accelera i processi, non rafforza la difesa, non introduce risorse o personale nei tribunali, non riduce la burocrazia. È una riforma della magistratura, non della giustizia. Una bandiera ideologica già in parte svuotata dalla riforma Cartabia. Si interviene, per di più, a colpi di maggioranza sulla Costituzione. Quella Carta che Calamandrei definiva il «testamento di centomila morti». Una Costituzione che affida a meccanismi elettorali la scelta dei titolari di organi dotati di poteri enormi e che certamente non ha mai previsto che sia la sorte a decidere. Tra l’altro, la separazione delle carriere, nei fatti, esiste già. La domanda allora è semplice: perché mettere mano all’architettura costituzionale invece di affrontare i nodi reali della giustizia italiana che, nel suo complesso, resta sana e credibile? La prescrizione, l’organizzazione degli uffici, la qualità dei protagonisti del processo, l’accesso alla magistratura, forse troppo precoce. Nei Paesi spesso indicati a modello, come l’Inghilterra, i magistrati arrivano alla toga dopo anni di esperienza reale nei tribunali, maturata come barrister. Qui, invece, si vorrebbe importare solo ciò che fa comodo, tagliando fuori il resto. Ed è questo il nodo che il dibattito pubblico rimuove. Il problema non è solo la separazione delle carriere, ma la saldatura organica e duratura tra pubblico ministero e polizia giudiziaria. Un rapporto che crea fedeltà, favori personali e catene di comando informali.
Una soluzione responsabile sarebbe separare le funzioni operative, non le carriere: distacchi temporanei, niente squadre fisse, nessuna coabitazione permanente. Così si potrebbe ridurre quella commistione patologica tra chi accusa e chi indaga. Si fa invece l’opposto. Si «vende»la separazione delle carriere come panacea universale. Ma l’esperienza comparata dice altro: dove le carriere sono davvero separate, il pm è soggetto a direttive e tende ad appiattirsi sulla polizia giudiziaria. Francia, Germania, Inghilterra. Importare il modello a metà, ignorandone i contrappesi, è un’operazione artificiale e pericolosa. Questa riforma altera l’equilibrio voluto da de Gasperi e dai Padri Costituenti e lo sposta verso la politica. Lo fa anche attraverso il raddoppio del Csm e soprattutto con l’Alta Corte disciplinare, composta in maggioranza da membri laici scelti dal Parlamento. L’arma disciplinare, quella che incide davvero sulle carriere, diventa così appannaggio della politica. Esattamente ciò che si proclama di voler evitare. Si santifica il sorteggio. Ma siamo sicuri che la toppa non sia peggio del buco? Più che una riforma, una roulette russa. C’è poi un elemento che rende questa riforma ancora più spuria rispetto alla nostra tradizione costituzionale. Alcide De Gasperi e i Costituenti scelsero consapevolmente di non inserire la legge elettorale in Costituzione, lasciando alla politica il compito di adattarla nel tempo. Qui si fa l’opposto: si cristallizza nella Carta addirittura il meccanismo di elezione del Csm, introducendo perla prima volta il concetto di «sorteggio». Un unicum inquietante. La casualità elevata a criterio di legittimazione costituzionale. Una contradictio in terminis.
Gli scandali del Csm non nascono dalla colleganza tra giudici e pm, ma dalla commistione tra magistratura e politica. Alessandro Sallusti – oggi convinto cantore del Sì assieme a Di Pietro – lo sa bene dopo i rivelatori ed inquietanti libri scritti con Luca Palamara. Separare le carriere non elimina il problema: lo moltiplica. Crea due corpi più deboli e più esposti alle pressioni esterne, in un sistema in cui il Parlamento rischia di essere sempre meno rappresentativo. La riforma ridefinisce solo i rapporti di forza interni al potere giudiziario: un pubblico ministero con un Csm composto solo da pm, sempre più immerso nella logica dell’inchiesta, valutato sui risultati e sulla visibilità. Un accusatore professionale. E quando l’accusa smette di sentirsi parte dell’ordine giudiziario, smette anche di sentirsi vincolata alla sua etica. Il rischio finale è chiaro: o il pm diventa una longa manus della polizia giudiziaria, o finisce sotto l’ombrello dell’Esecutivo. In entrambi i casi, il cittadino perde. È l’eterogenesi dei fini: si promettono più garanzie e si rafforza l’accusa. I referendum su divorzio e aborto, nella Prima Repubblica, ponevano quesiti chiari e comprensibili, come voleva Marco Pannella. Quelli di oggi sono tecnici e opachi. Per questo c’è da dire No: non per difendere lo status quo o colpire il governo, ma perché il rimedio è peggiore del male. Comunque vada il referendum, la legislatura è di fatto conclusa. Con il Pnrr in scadenza che incombe come un incubo e un’altra manovra d’emergenza all’orizzonte, arrivare al 2027 sarebbe un azzardo. Con un’opposizione sgangherata, incapace di ricompattarsi senza le solite manine, a ottobre Giorgia Meloni raggiunge tutti i record di longevità del Dopoguerra, seconda solo a Benito. Per questo anticipare il voto nel 2026 le farebbe fare uno strike lungo fino al 2031.
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