Maranza e baby gang, non vittime del sistema ma artefici delle catene. La violenza? Una scelta
In «Piumini e catene», il libro scritto con Alessio Gallicola, diamo voce a storie vere che molti vorrebbero tenere nascoste. Non sono racconti di emarginazione o di povertà che costringe.
Sono vicende di ragazzi e giovani che, nell’Italia di oggi, scelgono consapevolmente la delinquenza. Senza attenuanti, senza letture sociologiche indulgenti: scelgono di delinquere, punto. Prendete Don Alì, a Torino. Un 24enne di origine marocchina, noto sui social come «Re dei maranza» con centinaia di migliaia di follower. Vive in un Paese che gli garantisce libertà, opportunità, visibilità. Lui sceglie di perseguitare un professore con stalking, minacce gravi e false accuse di pedofilia, aggredendolo per strada davanti alla figlia piccola. Risultato: arresto il 22 novembre 2025 e custodia cautelare in carcere. Ha scelto.
A Milano un ragazzo di 22 anni, studente bocconiano brillante, viene aggredito la notte del 12 ottobre 2025 in zona corso Como da un branco di cinque giovanissimi. Il pretesto? Rapinarlo di 50 euro. Il bocconiano non aveva fatto nulla di offensivo. I suoi aggressori hanno scelto di picchiarlo selvaggiamente, di colpirlo con due coltellate che gli hanno perforato un polmone e lesionato il midollo spinale, lasciandolo invalido con danni permanenti.
Scelta.
C’è poi Kappa 24K, il trapper idolatrato da migliaia di adolescenti. Contratti milionari, fama, concerti sold out, soldi a palate. Eppure viene condannato a 7 anni e mezzo per tentato omicidio, estorsione, lesioni aggravate. Aveva tutto per fare il successo pulito. Ha scelto di sparare, di minacciare, di picchiare. Scelta.
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"Piumini e Catene": il nuovo libro-inchiesta sul fenomeno Maranza
E infine Baby Gang, il trapper con milioni di follower, e quelli come lui. Cresciuto in Italia con opportunità di scuola, musica, fama. Invece sceglie rapine, violenze, gambizzazioni, sequestri, tentati omicidi. Arresti ripetuti, condanne definitive, ritorni in carcere. Lui e i suoi emuli dominano le cronache: rapine armate, pestaggi in branco, spaccio. Hanno case, scuole, cellulari ultimi modelli, scarpe da duecento euro. L’Italia ha aperto loro le porte. Loro hanno scelto la violenza come stile di vita, la sopraffazione come identità, il codice della strada come legge. Scelta.
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Non è disagio sociale. È responsabilità individuale. In un Paese che non nega a nessuno la possibilità di studiare, lavorare, costruirsi un futuro, questi ragazzi decidono che è più semplice, più eccitante delinquere. Indossano piumini di marca sopra felpe dell’illegalità, ma sotto portano le catene che si sono messi da soli.
«Piumini e catene» non fa sconti. Chiama le cose con il loro nome: questi non sono vittime del sistema, sono artefici delle proprie catene. È tempo di finirla con le giustificazioni. È tempo di stare dalla parte delle vittime, di chi lavora onestamente, di chi ha scelto la strada giusta.
Perché l’Italia non è perfetta, ma offre ancora a chiunque lo voglia la possibilità di farcela. Chi sceglie di no, paghi fino in fondo le conseguenze delle sue decisioni. Senza sconti, senza pietismi.
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