il commento

Conte, Di Battista e Di Maio la storia malinconica dei tre a caccia di futuro tra le macerie del M5S

Riccardo Mazzoni

Giuseppe Conte, Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista: tre vite parallele del metaverso grillino che nel breve volgere di una legislatura hanno intrecciato amicizie, gilet, odi, divorzi e riconciliazioni, come quella che sta per essere celebrata per convenienza tra l'Avvocato del popolo e il guerrigliero di ritorno dalla Russia con furore. Sarebbe folklore di quart'ordine da vecchio fogliettone di prima pagina se questa improvvisata élite di politicanti non avesse lasciato sulla pelle del Paese una scia inenarrabile di macerie. Il big bang del MoVimento era l'esito inevitabile di un'avventura rivoluzionaria che ha mischiato le visionarie intuizioni di Casaleggio nel nome di Rousseau agli sghignazzi di Grillo, culminata con la conquista delle istituzioni, che ha avuto il previsto effetto contaminante e disgregante. L'esercizio del potere ha mutuato il virus correntizio dalla peggiore partitocrazia, e il trasformismo ha fatto il resto, sacrificando l'artificiale purezza delle origini, spazzando via le sacre regole e consentendo ad ognuno di cercarsi un posto al sole dove più ritiene opportuno. Per cui Conte, che al suo esordio nel Palazzo ha guidato un governo di destra ora può presentarsi come il Melenchon italiano ammiccando a Fratoianni, e Di Maio porsi alla testa di un «Impegno Civico» fondato dal democristiano Tabacci. Nel simbolo figurano un'ape e il cognome Di Maio, per cui la crasi viene facile e scontata: è nato l'Apemaio, per certificare la svolta moderata dell'ex enfant prodige grillino, il quale però avrà un seggio garantito nelle liste del Pd, partito un tempo oggetto di anatemi definitivi per la storiaccia di Bibbiano.

 

 

Questa, in effetti, è una novità assoluta nella storia della Repubblica: fondare un partito e candidarsi in un altro lasciando i malcapitati compagni di avventura al loro destino è un'alchimia che fotografa nel modo più crudo il cinismo di chi, per un lungo tratto di strada, ha guidato il Movimento che doveva rinnovare la politica. Grillo, tornato alle liste di proscrizione e alle foto segnaletiche un tempo riservate ai giornalisti scomodi, lo ha definito il capo degli zombie, ma neanche nella casa madre brilla la stella della coerenza: la ghigliottina del secondo mandato, azionata per difendere l'ultimo brandello identitario, è infatti già stata dismessa, e comunque ai big sacrificati è stato promesso uno stipendio assicurato dai gruppi parlamentari che verranno. Come nella fattoria di Orwell, tutti gli animali sono uguali - uno deve valere uno, no? - ma alcuni sono più uguali degli altri, e quindi l'ex sindaca Appendino avrà un seggio nonostante una condanna in primo grado, e Casalino potrà coronare il sogno del seggio senatoriale perché il suo ventriloquo Conte ha cancellato la regola secondo cui i collaboratori esterni non potevano candidarsi.

 

 

Ed è saltato anche il principio di territorialità per consentire al povero ministro Patuanelli di presentarsi non nella sua ostica Regione, il Friuli, dove il Movimento è letteralmente sparito, ma dove il pass per il Parlamento è quasi garantito. Infine, Conte ha aperto la strada anche al rientro di Di Battista, nonostante non sia iscritto al Movimento da almeno sei mesi: una norma ad personam per rimettere in pista un rivale pericoloso, ma ritenuto evidentemente come l'ultimo potenziale salvagente per arginare l'annunciato disastro elettorale. E Dibba, pasdaran delle regole, questa volta c'è da scommettere che non eccepirà alla deroga. Conte, Di Maio, Di Battista: tre personaggi in cerca d'autore emblemi della parabola del grillismo e ora costretti al ruolo di Sopravvissuti di un mondo in frantumi.