Lo scambio tra Elly Schlein e Giuseppe Conte per siglare una tregua è quasi in dirittura d’arrivo. L’accordo riguarda le primarie: dovrebbero essere a turno unico come vuole il leader dei 5 Stelle, ma non prima di febbraio come chiede invece la segretaria del Pd. Una sintesi necessaria per evitare di farsi la guerra in pubblico e scongiurare così che il tormentone sulla scelta del leader infiammi lo scontro a sinistra nei prossimi mesi.
Ma al Nazareno, tra i dem più avveduti che sostengono Elly serpeggia la preoccupazione: «Qui si scherza col fuoco». Timore più che fondato, visto che la concessione all’alleato grillino sarebbe molto consistente. Un turno unico alle primarie dà molte speranze a Conte, fiducioso di sottrarre voti preziosi a Schlein nei gazebo, grazie alla partecipazione di altri contendenti. Silvia Salis su tutti. Finora la sindaca di Genova ha smentito di essere interessata, ma le sue continue dichiarazioni non passano inosservate. Come la “bomba” sganciata in un’intervista al settimanale 7 del Corriere: «Al centrosinistra manca un leader riconosciuto e manca una cultura del leader».
Pd e M5S dovranno definire anche un altro aspetto delle primarie: le modalità del voto. Non è un mistero che Conte spinga affinché sia possibile esprimere la propria preferenza anche online. La trattativa negli ultimi giorni verte sulla possibile creazione di un «albo degli elettori», una sorta di registro per scoraggiare eventuali “infiltrati”.
Il negoziato sulle primarie si inserisce in una fase molto delicata e cruciale per il Pd. Oggi, infatti, è il giorno dell’assemblea del partito alla Nuvola dell’Eur a Roma. Il nodo cruciale sarà il voto per cambiare l’articolo 8 dello Statuto. Un’operazione che consentirebbe a Schlein di restare alla guida del partito almeno fino alle prossime elezioni politiche. Modifica necessaria, dal momento che la scadenza naturale del suo mandato sarebbe il 12 marzo.
Alla luce degli equilibri interni, l’approvazione appare ampiamente prevedibile. Rispetto alle primarie del Pd del 2023, infatti, gli assetti interni sono profondamente cambiati. All’epoca Schlein aveva ottenuto 333 delegati, contro i 267 di Stefano Bonaccini e i 20 di Gianni Cuperlo. A distanza di quasi quattro anni, il consenso intorno alla segretaria si è consolidato, trasformando il vantaggio iniziale in una posizione di ampia centralità all’interno dell’assemblea. Anche Bonaccini, inizialmente espressione della minoranza interna, ha progressivamente assunto un atteggiamento più collaborativo nei confronti di Schlein, che era stata sua vicepresidente durante la giunta regionale in Emilia-Romagna. Un percorso analogo ha riguardato Cuperlo, candidato dell’area della sinistra tradizionale alle ultime primarie e successivamente confluito nel cosiddetto correntone di Montepulciano, che fa capo a Dario Franceschini, Andrea Orlando e Roberto Speranza.
Ai 620 delegati si aggiunge una platea più ampia di componenti dell’assemblea. Ne fanno parte i fondatori del Pd, da Veltroni a Franceschini, passando per Bersani e Letta; gli ex segretari nazionali iscritti al partito e gli ex presidenti del Consiglio ancora iscritti, tra cui Gentiloni e lo stesso Letta. La composizione comprende inoltre i segretari regionali e provinciali, i responsabili delle federazioni all’estero, delle città metropolitane e delle strutture regionali, la portavoce della Conferenza nazionale delle donne, i coordinatori del Pd nelle ripartizioni estere e il segretario dei Giovani Democratici.
Sono previsti anche cento rappresentanti tra deputati, senatori ed europarlamentari indicati dai rispettivi gruppi, oltre ai sindaci delle città metropolitane e dei comuni capoluogo di provincia e di regione, nonché ai presidenti di regione iscritti al partito e attualmente in carica. Nel complesso, l’assemblea conta 960 componenti. Al centro dei lavori ci sarà la relazione della segretaria, dalla quale i dirigenti e i militanti si attendono indicazioni sulla strategia da seguire in vista delle elezioni.
