Onda nera

La meglio gioventù a colpi di sassi e mazze

Demoliscono le scuole per migliorarle, le okkupano e impediscono le lezioni per elevarne la qualità

Finalmente. Finalmente l’Italia addormentata s’è desta e a destarla è stata la meglio gioventù, o almeno la meglio incappucciata, non cinta dell’elmo di Scipio ma del passamontagna. Scipione era un militarista, del resto. Questi urlano «siamo tutti antifascisti», si dichiarano per la pace e contro gli strumenti bellici, quindi impugnano mazze, scagliano pietre, sfondano porte e finestre. Certi cattivi maestri, in realtà buoni, buonissimi, possono contemplare l’opera apertamente auspicata nei giorni precedenti: demolire le scuole per migliorarle, okkuparle e impedire le lezioni per elevarne la qualità. La didattica da attiva è diventata contundente.

Il programma ha illustri patenti. Eraclito spiegava col fuoco, Empedocle dilaniava il cosmo tra Amore e Discordia, Nietzsche filosofava col martello. Schumpeter probabilmente non lo hanno letto né sentito nominare, ma la distruzione creatrice guadagna moltissimo se liberata dal fastidio del libro. Prima si manda in frantumi il vetro, poi dal serramento entra l’avvenire. Con la pioggia, il freddo e il conto della riparazione, meschina ragioneria del vecchio mondo.

Repubblica, insospettabile di simpatie per il governo dei barbari, riferisce il minimo comune denominatore notato da presidi e insegnanti: assalitori tra i sedici e i vent’anni, spesso «ragazzi di seconda generazione», «vicini ai collettivi di sinistra», estranei alle scuole devastate «ma la loro violenza affascina alcuni degli studenti veri». Indossano cappucci, sciarpe, maschere. Emma Avezzù, capo della procura minorile torinese, parla di «devianza», di violenza «solo per rompere e basta» e del diritto allo studio dei meno abbienti a rischio. La Stampa, altra non indiziata di sfoggiare la felpa di Meloni o Salvini, documenta assalti ritenuti «preordinati», cancelli forzati, pietre alle finestre, applausi e telefonini che filmano. Ogni epoca ha la sua Odessa e, se è sfortunata, i suoi influencer.

Naturalmente l’abbigliamento scuro e il volto coperto sono una scelta di look, collezione maranza autunno-inverno del dissenso, mica un espediente per non farsi riconoscere. E chi non frequenta un istituto può serenamente occuparlo per conto di chi vorrebbe frequentarlo. La rivoluzione non ha mai chiesto il certificato d’iscrizione. Tra i bersagli c’è stata perfino una scuola elementare. Ammirevole previdenza. I cosiddetti italiani di seconda generazione curano gli edifici dei futuri cosiddetti italiani di terza generazione, rompendo i vetri per ossigenarne le menti e svuotando gli estintori affinché un bambino non ne ingerisca il contenuto all’intervallo. Una profilassi assoluta, norme pompieristiche a parte, ma in tal caso si tornerebbe proficuamente a Eraclito: anche le fiamme godano di libertà di espressione.

La mobilitazione, nata contro il decreto scuola e i tagli «per spendere in armi», è così fiorita nel suo sillogismo perfetto. No alle spese per le armi, viva le armi improprie. Gli edifici scolastici sono «fatiscenti»? Gli si renda inabitabili. Si contesta il tetto per classe agli alunni stranieri neoarrivati digiuni d’italiano, dunque via libera, senza limiti e senza lingua, a chi prende a sprangate gli ingressi e requisisce le aule. Coerenza adamantina.

L’onda, quella nera per davvero, ha valicato le Alpi. I lumi delle banlieue francesi, che non illuminano perché preferiscono incendiare, sono scesi a Torino e da lì lungo la penisola, e oggi, benedetti a Saint-Denis da Greta Thunberg, tornano in piazza in Francia assieme ai gilet gialli. Anche questa è scuola, si dirà. Certo. Se non l’avete capito, tornateci. Ma portate almeno il casco.

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