Le sorelle Tessari, Suavia per sempre
Quattro donne e un'azienda di famiglia in nome della tradizione e del buon vino
Hanno riscoperto l'antico trebbiano, il più nobile esemplare del vitigno, quello che si riconosce per il grappolo piccolo, profumato e denso di sapore, e due anni fa l'Italia vinicola le ha premiate con l'«Eco and the city-Giovanni Spadolini» che ha la partnership dell'Unesco. Per le sorelle Meri, Valentina, Alessandra ed Arianna Tessari (dai 39 ai 25 anni) è una delle tante vittorie sul campo da quando una dopo l'altra hanno scelto vigneti e cantine come mestiere fino a prendere in mano l'azienda agricola di famiglia Suavia nel Veneto. Mentre la loro storia è un esempio di buona prassi al femminile, anche in un settore tradizionalmente maschile com'è quello dei vini. Avevano un sogno, dedicarsi agli antichi vitigni e recuperare e ridare valore al trebbiano che prende avvio dall'antico Soave, perché non volevano che si perdesse la memoria del passato. Ma richiedeva un lavoro non facile e nemmeno di breve durata, eppure sono riuscite a far diventare il loro sogno realtà. Sono partite a setacciare palmo a palmo campagne e territori intorno a Fitta, frazione di Soave dove sono nate, cresciute e hanno iniziato a riconoscere i cru, la resa della maturazione in acciaio, il gusto particolare che viene da questo terroir (terreno) vulcanico. Nei loro terreni le antiche vigne del trebbiano di Soave c'erano sempre state, ma le quattro sorelle volevano di più, volevano identificare il ceppo più autentico, quello che sapevano vigoroso e che di sicuro aveva resistito da qualche parte, dimenticato per decenni. Ma avevano bisogno di molti aiuti. Per esempio si sono rivelati tanto inaspettati quanto fondamentali informazioni e consigli degli agricoltori più anziani, i soli a ricordare tralci e grappoli di una volta. Poi hanno avuto bisogno della collaborazione con la facoltà di Agraria della Università di Milano che ha studiato attraverso l'analisi molecolare il dna dei trebbiani. E infine c'è voluto il lavoro con i vivaisti. Perché una volta recuperati i cloni del trebbiano di Soave messo a dimora sessanta ma anche ottanta anni fa, si trattava poi di svilupparli. Le ragazze non si sono perse d'animo e hanno piantato e lavorato su 5 mila ettari un vigneto sperimentale figlio delle vecchie vigne di Trebbiano. È nato così cinque anni fa Massifitti, il trebbiano Soave assolutamente autentico, che conserva la memoria del passato, esprime il sapore del territorio (quella mineralità del suolo vulcanico che riesce a moderare l'acidità) e soprattutto, ormai le quattro sorelle cantiniere ne sono assolutamente certe, ha un enorme potenziale di invecchiamento. Prova ne sia che deve rimanere 15 mesi in botti di acciaio e altrettanti in bottiglia. Perché le quattro sorelle sorridono sempre ma non scherzano mai e la loro adesione alla tradizione italiana, la loro salvaguardia di un pezzo di viticoltura italiana, è tutto fuorché ingenua.
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