Piccole isole, tra distanza e possibilità: vivere oltre l'estate è la sfida del Paese
Non solo cartoline estive, ma territori reali, complessi, attraversati da fragilità profonde e da possibilità ancora inespresse. È quanto emerge dal report “Piccole Isole – Analisi e ricerca di contesto, funzionamento e prospettive delle isole minori italiane”, presentato il 24 marzo, a Roma da Glocal Impact Network per Fondazione Sanlorenzo, nella Sala Monumentale della Presidenza del Consiglio dei Ministri.
Uno studio che restituisce una fotografia articolata di queste realtà, comunità che – con amore e coraggio – continuano a “galleggiare” nel Mediterraneo, sospese tra isolamento e resilienza.
Ad aprire i lavori è stato Giuseppe Cavuoti, in rappresentanza del Dipartimento per le politiche del mare. A chiudere l’incontro il Ministro per la Protezione Civile e le Politiche del Mare Nello Musumeci, al termine di un confronto articolato tra istituzioni, ricerca e territori, con Fondazione Sanlorenzo e Glocal Impact Network – nelle figure di Cesare Perotti, Enrico Sanna, Argentina Giusti, Giorgio Giorgi e Lorenzo Giorgi – protagonisti nella realizzazione e conduzione dello studio.
La prima immagine che viene in mente, forse la più immediata, è proprio quella della chiusura. Quel senso di isolamento, di separazione, che accompagna l’insularità e che spesso si traduce in una doppia tensione: da un lato il sentirsi ai margini dello spazio geografico, quasi tra parentesi; dall’altro il percepirsi al centro di qualcosa che avvolge, e che è soprattutto il mare.
È una condizione ambivalente. La distanza può diventare estraneità, sia per chi arriva dal continente sia per chi sull’isola vive. Allo stesso tempo, lo spazio ristretto genera una duplice percezione: protezione e limite. L’isola accoglie, ma può anche stringere. Offre identità, ma può diventare confine. È il dritto e il rovescio dell’insularità.
D’altronde, pochi paesaggi geografici si prestano quanto l’isola a diventare metafora. L’isola è già, di per sé, una metafora: della lontananza e della solitudine, ma anche della fuga, della libertà, della purezza, del vivere essenziale.
Il focus del report: dati che raccontano un divario reale
Dentro questa dimensione simbolica si inseriscono però dati concreti, che riportano il discorso alla realtà. Fondazione Sanlorenzo lavora sulle piccole isole proprio perché le considera “spazi di frontiera”, contesti in cui si concentrano criticità ma anche possibilità di innovazione.
I numeri raccolti e analizzati nel report restituiscono con chiarezza questo equilibrio fragile. Il primo nodo è quello della mobilità e dell’accesso ai servizi: per raggiungere ospedali, scuole o centri di riferimento, i residenti impiegano mediamente oltre settanta minuti. Un tempo che misura una distanza reale, non solo geografica ma sociale.
A questo si aggiunge il tema del lavoro. Il tasso di occupazione medio si attesta attorno al 50%, ben al di sotto della media nazionale, confermando la fragilità di un sistema economico ancora fortemente legato alla stagionalità. Non meno rilevante è il dato sull’istruzione: la quota di laureati si ferma al 10,8%, contro il 13% nazionale, a testimonianza delle difficoltà di accesso ai percorsi formativi. A emergere sono anche altri elementi critici: calo demografico, carenza di servizi sanitari in alcune isole e mancanza di scuole superiori in diversi territori.
Infine, il turismo. Risorsa essenziale per molte economie locali, ma che in alcuni contesti supera la capacità dei territori, trasformandosi in pressione e mettendo a rischio equilibri ambientali e sociali.
Le voci dei giovani: la distanza tra immagine e realtà
Tra i passaggi più significativi della presentazione, il racconto affidato alle voci dei giovani delle isole, che hanno restituito in modo diretto e autentico la loro esperienza quotidiana.
Le loro parole hanno restituito con immediatezza il divario tra ciò che si vede e ciò che si vive. L’isola, raccontano, appare come un luogo ideale per chi la visita per pochi giorni. Ma quando si resta, quando si attraversano le stagioni, emergono limiti concreti. Mancano spazi, occasioni, infrastrutture. Mancano luoghi di aggregazione e attività che altrove fanno parte della quotidianità. Anche il tempo libero diventa più ristretto, più difficile da costruire.
Il nodo più profondo resta quello dell’istruzione. Studiare su una piccola isola significa spesso confrontarsi con percorsi limitati o con la necessità di lasciare il proprio territorio. Non sempre è una scelta: a volte è una condizione che accompagna la crescita.
È qui che il tema si allarga e assume un significato più profondo. L’articolo 34 della Costituzione stabilisce che la scuola è aperta a tutti e che il diritto allo studio deve essere garantito anche a chi ha meno possibilità. Ma perché questo principio sia davvero pieno, occorre che l’accesso sia concreto, quotidiano, possibile. Allo stesso modo, l’articolo 3 richiama un’idea di uguaglianza che non è solo formale, ma da costruire nel tempo, rimuovendo gli ostacoli che possono limitare le opportunità delle persone.
Nelle piccole isole questi ostacoli assumono una forma tangibile: la distanza, i collegamenti, la disponibilità dei servizi. Ed è proprio qui che il tema diventa collettivo. Non riguarda soltanto chi vive su un’isola, ma il modo in cui una comunità più ampia – istituzioni, territori, cittadini – sceglie di prendersi cura delle proprie differenze.
Garantire pari opportunità, in questi contesti, non è solo un obiettivo da raggiungere, ma un percorso condiviso, che chiama tutti a partecipare.
Dal dato all’ascolto: il metodo della ricerca
Accanto ai numeri, durante la presentazione è emerso anche il metodo che ha guidato la ricerca. Il lavoro sul campo e l’approccio metodologico sono stati illustrati da Argentina Giusti, che ha sottolineato l’importanza di un’osservazione profonda e partecipata. Un approccio che non si limita alla raccolta di dati, ma si fonda sull’ascolto diretto delle comunità e sulla capacità di entrare in relazione con i territori.
I ricercatori hanno scelto di partire da casi studio concreti. Il primo è stato quello di Capraia, analizzata attraverso un lavoro sul campo che ha permesso di cogliere non solo gli aspetti strutturali, ma anche quelli più profondi, legati al vissuto quotidiano e alle relazioni.
Il secondo caso studio ha riguardato Ponza, con un focus sui giovani. Ai ragazzi è stato chiesto di immaginare due versioni della loro isola: una ideale e una segnata dalle difficoltà.
Dal confronto tra queste visioni sono emerse tensioni, aspettative e consapevolezze. Da un lato il fascino dell’isola, dall’altro i limiti concreti legati all’isolamento e alla mancanza di opportunità.
La lettura geografica: il contributo della ricerca accademica
A offrire una chiave di lettura ulteriore è il contributo della ricerca accademica. Un esempio è il progetto Islands 4 Future (https://is4future.uniroma3.it/), coordinato dal professor Arturo Gallia, geografo dell’Università Roma Tre, il cui lavoro si è mosso lungo due direttrici principali: da un lato l’approfondimento teorico e applicato degli studi sulle piccole isole italiane, dall’altro la volontà di portare la riflessione sull’insularità dal piano internazionale a quello nazionale, per cogliere le specificità dei contesti italiani.
Un’operazione che ha permesso anche di riportare al centro territori spesso marginalizzati nella ricerca, realtà di dimensioni ridotte e con pochi abitanti, ma proprio per questo particolarmente significative per comprendere le dinamiche dell’insularità.
Nel caso di Ponza emerge con forza quella doppia percezione già evidenziata nel report: da una parte l’isola come spazio attrattivo durante la stagione turistica, dall’altra la complessità della vita quotidiana nei mesi invernali, segnata da una carenza di infrastrutture e servizi essenziali, in particolare sanità e istruzione.
È un paradosso che incide direttamente sulle traiettorie di vita, soprattutto dei più giovani, chiamati a confrontarsi con un equilibrio difficile tra opportunità e limiti. Se da un lato si registra una mobilità in uscita legata soprattutto ai percorsi di studio, dall’altro emergono anche dinamiche di ritorno e nuove forme di radicamento, con giovani che scelgono di rientrare e persone provenienti dalla terraferma che decidono di costruire sull’isola il proprio progetto di vita.
Ponza, in questo senso, non è un modello da replicare in modo rigido, ma un osservatorio d’indagine: le pratiche possono essere adattate, ma sempre a partire dalle specificità locali e dal ruolo determinante degli attori presenti sul territorio.
Prospettive future
Eppure, dentro questa trama di criticità, si intravede anche un’altra possibilità. Le piccole isole non sono soltanto luoghi fragili, ma sistemi vivi, capaci di adattarsi e reinventarsi.
Nel corso dell’incontro è stato ribadito come lo sviluppo delle piccole isole sia ormai una priorità strategica. Un percorso già avviato con gli Stati Generali delle isole minori del 2025 a Lipari, che hanno messo attorno allo stesso tavolo istituzioni, imprese e comunità locali, segnando un primo passo concreto per affrontare i divari strutturali di questi territori. Ma il punto centrale è il cambio di prospettiva. Non periferie, ma frontiere. Perché vivere su un’isola, oggi, non è solo una condizione.
Può diventare una scelta.
E forse, proprio da qui, può nascere un’idea diversa di sviluppo: più sostenibile, più inclusiva, più vicina ai bisogni reali delle comunità.
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