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Tariffe sanitarie e geopolitica: il rischio di costruire oggi un nomenclatore già vecchio

Mariastella Giorlandino
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La revisione del Nomenclatore tariffario della specialistica ambulatoriale rappresenta una delle partite più importanti per il futuro del Servizio sanitario nazionale. Dopo le sentenze del TAR che hanno messo in discussione la legittimità dell’attuale sistema tariffario per difetto di istruttoria, il Ministero della Salute ha avviato una nuova rilevazione dei costi delle prestazioni. È una scelta giusta e necessaria: le tariffe devono riflettere i costi reali di produzione delle prestazioni sanitarie.

Ma questa revisione si svolge in un contesto completamente diverso da quello in cui il sistema tariffario è stato costruito negli anni passati. Oggi la sanità non è più un settore chiuso entro i confini nazionali: è parte integrante di un’economia globale in cui geopolitica, commercio internazionale e sanità sono ormai strettamente intrecciati.

La geopolitica entra nei costi della sanità

Le tensioni internazionali nel Golfo e il ritorno delle politiche commerciali protezionistiche stanno già producendo effetti concreti sulle economie occidentali. Energia, logistica, materie prime e componenti industriali stanno subendo rincari che inevitabilmente si riflettono su settori ad alta intensità tecnologica come la sanità.

Farmaci, reagenti diagnostici, dispositivi medici, componenti elettronici delle apparecchiature sanitarie e perfino materiali di consumo dipendono da catene di approvvigionamento globali, spesso concentrate in pochi Paesi produttori.

Quando queste catene si interrompono o diventano più costose, il primo effetto è l’aumento del costo delle prestazioni sanitarie.

I dati internazionali: costi sanitari in crescita

Non si tratta di una percezione. Analisi di settore indicano che dazi commerciali e tensioni geopolitiche stanno già incidendo direttamente sui bilanci delle strutture sanitarie.

Un’indagine internazionale tra operatori del settore sanitario ha rilevato che:

l’82% degli esperti prevede un aumento dei costi ospedalieri fino al 15% a causa dei dazi sulle importazioni sanitarie;

circa il 70% degli operatori si aspetta un incremento dei costi farmaceutici di almeno il 10%, dovuto soprattutto alla forte dipendenza globale da materie prime e principi attivi prodotti in Asia.

Questi dati descrivono una tendenza ormai evidente: la sanità sta entrando in una fase di inflazione strutturale dei costi legata alla trasformazione degli equilibri economici globali.

L’effetto delle guerre commerciali sui costi sanitari

La letteratura scientifica internazionale ha evidenziato con chiarezza che dazi commerciali e politiche protezionistiche generano un aumento dei costi per farmaci, dispositivi medici e materiali sanitari. Studi pubblicati in ambito di economia sanitaria mostrano che l’introduzione di tariffe sulle importazioni di prodotti farmaceutici e materie prime si traduce direttamente in un incremento dei prezzi dei farmaci e dei dispositivi medici, con effetti sulla spesa sanitaria complessiva e sull’accesso alle cure.

Un’analisi della John Hopkins Bloomberg School of Public Health ha sottolineato che uno degli effetti più immediati dei dazi sui prodotti sanitari è proprio l’aumento dei prezzi dei farmaci, già oggi significativamente più elevati rispetto ad altri Paesi industrializzati.

Analogamente, studi pubblicati su riviste di politica sanitaria evidenziano che le tariffe commerciali possono disrupt supply chains, aumentare i costi di approvvigionamento e ridurre l’accesso a farmaci essenziali, soprattutto nel caso di medicinali generici e biosimilari.

La vulnerabilità delle catene di approvvigionamento sanitarie

Il problema è amplificato dalla struttura stessa dell’industria sanitaria. Oggi la produzione di farmaci, reagenti diagnostici e dispositivi medici dipende da catene di approvvigionamento globali altamente integrate.

Secondo analisi del settore sanitario, i dazi su dispositivi medici e materiali diagnostici possono aumentare significativamente i costi operativi per ospedali e strutture sanitarie e compromettere la disponibilità di prodotti essenziali.

Anche il settore dei dispositivi medici è particolarmente esposto a queste dinamiche. Le tariffe applicate a componenti industriali o materie prime possono propagarsi lungo tutta la filiera produttiva, aumentando i costi di produzione e quindi i prezzi finali per le strutture sanitarie.

In termini macroeconomici, diversi studi evidenziano come il sistema sanitario sia uno dei settori più sensibili alle tensioni commerciali proprio a causa della sua dipendenza da forniture internazionali e da tecnologie ad alta specializzazione.

Energia, reagenti e tecnologie: la nuova inflazione sanitaria

A queste dinamiche si aggiunge un ulteriore fattore spesso sottovalutato: l’aumento dei costi energetici. Le strutture sanitarie sono tra le organizzazioni più energivore del settore dei servizi: laboratori di analisi, apparecchiature diagnostiche, sistemi di imaging e infrastrutture digitali richiedono un consumo continuo di energia elettrica. Studi europei indicano che il settore sanitario può rappresentare tra il 6% e il 20% del consumo energetico del comparto dei servizi, con costi energetici che incidono in modo crescente sui bilanci delle strutture sanitarie.

In diversi sistemi sanitari europei, l’aumento dei prezzi dell’energia registrato negli ultimi anni ha avuto effetti significativi sui costi operativi. L’aumento del prezzo del gas e dell’elettricità in Europa dopo il 2020 ha portato in alcuni casi a incrementi multipli rispetto alle medie del decennio precedente, con ricadute dirette sui servizi sanitari e sulla gestione delle infrastrutture ospedaliere e diagnostiche.

Un discorso analogo riguarda i reagenti diagnostici, elemento essenziale della medicina di laboratorio. Il mercato mondiale dei reagenti è caratterizzato da una forte concentrazione industriale e da una produzione spesso localizzata in pochi Paesi. Le tensioni geopolitiche, l’aumento dei costi logistici e le restrizioni commerciali stanno già incidendo sui prezzi di numerosi kit diagnostici utilizzati quotidianamente nei laboratori.

Lo stesso vale per i dispositivi medici e le apparecchiature diagnostiche, che incorporano componenti elettronici, microprocessori e materiali avanzati provenienti da catene produttive globali. Secondo analisi dell’industria medtech europea, le tensioni commerciali e l’introduzione di dazi possono determinare aumenti significativi dei costi delle materie prime e dei componenti utilizzati nella produzione di dispositivi medici, con conseguenti effetti sui costi sostenuti da ospedali e strutture sanitarie.

La stessa industria dei dispositivi medici riconosce che le tensioni geopolitiche e le restrizioni commerciali stanno ridisegnando le catene globali di approvvigionamento, costringendo le imprese a riorganizzare le proprie filiere e aumentando la volatilità dei prezzi delle tecnologie sanitarie.

Il rischio di una fotografia dei costi già superata

Ecco perché la revisione del nomenclatore tariffario pone una questione che non è solo tecnica ma anche strategica.

Se le nuove tariffe vengono costruite sulla base di una rilevazione dei costi che fotografa la situazione attuale, senza considerare le dinamiche inflattive e geopolitiche in atto, il rischio è evidente: il nuovo sistema tariffario potrebbe nascere già superato.

In altre parole, potremmo trovarci tra pochi anni nella stessa situazione di oggi: tariffe formalmente aggiornate ma sostanzialmente incapaci di coprire i costi reali delle prestazioni.

Questo non è un problema delle strutture sanitarie accreditate. È un problema dell’intero sistema sanitario.

Quando le tariffe non coprono i costi

Quando le tariffe sono sistematicamente inferiori ai costi di produzione delle prestazioni, accadono cose molto concrete:

le strutture riducono l’offerta di prestazioni;

gli investimenti in tecnologie e personale diventano più difficili;

cresce la pressione sugli ospedali pubblici;

aumentano le liste di attesa.

Il problema non è teorico. È la realtà quotidiana di milioni di cittadini che aspettano mesi per un esame diagnostico.

Inflazione sanitaria globale e concentrazione del mercato

A queste dinamiche economiche si aggiunge un rischio che merita di essere esplicitato con chiarezza. Quando i costi delle prestazioni sanitarie crescono rapidamente – a causa dell’inflazione energetica, dell’aumento dei prezzi dei reagenti diagnostici, dei dispositivi medici e delle materie prime – ma le tariffe pubbliche restano ancorate a parametri non aggiornati, si crea una pressione finanziaria crescente sulle strutture sanitarie territoriali.

Questo fenomeno non riguarda soltanto la sostenibilità economica delle singole strutture, ma può produrre effetti strutturali sull’assetto del sistema sanitario. In un contesto di inflazione sanitaria globale, le strutture più piccole e radicate sul territorio, soprattutto nelle aree con minori risorse finanziarie o sottoposte a vincoli di bilancio, possono trovarsi progressivamente esposte a difficoltà economiche.

In queste condizioni, il sistema sanitario diventa più vulnerabile a processi di concentrazione del mercato. Grandi gruppi sanitari internazionali, dotati di capacità finanziaria e di economie di scala molto più ampie, sono infatti in grado di assorbire meglio l’aumento dei costi e di acquisire strutture in difficoltà.

Il rischio non è teorico. In diversi Paesi europei negli ultimi anni si è osservato un progressivo ingresso di operatori multinazionali nel settore dei servizi sanitari territoriali e diagnostici. Se le tariffe pubbliche non tengono conto dei costi reali di produzione delle prestazioni, il sistema può finire per favorire - anche involontariamente - una trasformazione del mercato sanitario, con una progressiva concentrazione dell’offerta in pochi grandi operatori.

Si tratta di un tema che riguarda non soltanto l’equilibrio economico del settore, ma anche la tenuta del modello di prossimità della sanità italiana, fondato su una rete diffusa di strutture sanitarie territoriali integrate con il Servizio sanitario nazionale.

Per questo motivo, la revisione del nomenclatore tariffario non può essere considerata soltanto un aggiornamento tecnico. È anche una scelta che incide sugli equilibri industriali e organizzativi del sistema sanitario e sulla capacità del Paese di preservare una rete pluralistica di erogatori di servizi sanitari.

Un’occasione da non perdere

Il percorso avviato dal Ministero della Salute è un’occasione importante per correggere gli errori del passato. Ma perché questa occasione non venga sprecata, è necessario che la revisione del nomenclatore tenga conto della realtà economica in cui il sistema sanitario opera.

Costruire tariffe realistiche significa garantire tre cose fondamentali:

sostenibilità economica delle strutture che erogano le prestazioni;

qualità delle cure;

accesso tempestivo dei cittadini ai servizi sanitari.

La revisione del nomenclatore non è un esercizio tecnico. È una scelta di politica sanitaria che riguarda il futuro del Servizio sanitario nazionale.

E in un mondo attraversato da crisi geopolitiche, guerre commerciali e nuove tensioni sui mercati delle materie prime, ignorare la dimensione globale dei costi della sanità sarebbe un errore che il sistema sanitario non può permettersi.

Il tema della revisione del nomenclatore tariffario non riguarda soltanto un aggiornamento tecnico dei prezzi delle prestazioni sanitarie. Riguarda, in realtà, il modo in cui il Servizio sanitario nazionale intende affrontare una fase storica in cui la sanità è sempre più esposta alle dinamiche dell’economia globale: inflazione energetica, tensioni geopolitiche, dazi commerciali, concentrazione delle filiere industriali.

Per questo motivo il confronto non può restare confinato negli uffici amministrativi. È necessario che diventi un tema pubblico di politica sanitaria, che coinvolga istituzioni, operatori e cittadini.

È con questo spirito che il 14 marzo UAP promuoverà a Roma, al Teatro Brancaccio, una manifestazione pubblica dedicata al futuro del Servizio sanitario nazionale. Non si tratta di una mobilitazione corporativa né di una contrapposizione tra pubblico e privato. È un’iniziativa che nasce dall’esigenza di riaffermare un principio semplice: il SSN è un sistema misto regolato, fondato sull’integrazione tra strutture pubbliche e strutture accreditate, entrambe sottoposte a regole pubbliche e chiamate a garantire, insieme, l’universalità dell’accesso alle cure.

Se il sistema tariffario non riflette i costi reali delle prestazioni, se le regole diventano disomogenee tra operatori e se l’organizzazione territoriale viene progressivamente ridisegnata da dinamiche economiche non governate, il rischio è che il Servizio sanitario nazionale perda proprio ciò che lo ha reso uno dei pilastri del modello sociale europeo: l’equità nell’accesso alle cure.

Il confronto del 14 marzo nasce da questa preoccupazione e da questa responsabilità.

 

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