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IL CERCHIO SACRO DEI SIOUX, la presentazione a Roma

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Centinaia di Indiani Lakota-Sioux percorsero a cavallo quasi trecento chilometri, nel dicembre del 1990, tra tormente di neve e temperature polari. Il loro obiettivo dichiarato era  commemorare le vittime del massacro di Wounded Knee, una strage efferata avvenuta esattamente un secolo prima per mano del settimo cavalleria. Ma non era l’unico scopo. Li sorreggeva l’ostinata fiducia nella capacità  di ricomporre la perduta armonia del loro simbolo più sacro:  il cerchio della vita. Con loro c’era un giornalista, Aldo Giorgio Salvatori, unico reporter televisivo italiano ammesso a seguire e filmare la cavalcata. Ne nacque un docufilm più volte replicato dalla Rai, seguito da un libro ben presto diventato ‘’di culto’’ tra gli appassionati della storia e della cultura dei nativi americani. Il Cerchio Sacro dei Sioux, Vallecchi Editore, giunto alla sua terza edizione aggiornata e ampliata,  è stato presentato ieri a Roma, nella libreria Mondadori di Piazza Cola di Rienzo. Di fronte a un pubblico attento e partecipe l’autore è stato intervistato dal giornalista Adriano Monti Buzzetti, neo direttore di Rai Libri. Prima di rispondere alle domande del pubblico Salvatori ha descritto difficoltà, aspettative e paure di quella cavalcata, gli avvenimenti inusuali vissuti nel corso del viaggio, il freddo glaciale sofferto con il termometro che un giorno - ha detto Salvatori- toccò i 41 sotto zero, e poi le improvvise epifanie di animali selvatici , gli  episodi, inspiegabili razionalmente, di strane manifestazioni paranormali verificatesi nel corso  dei riti di ringraziamento per la positiva conclusione della cavalcata.

‘'Un ‘esperienza, unica, irripetibile, assolutamente fuori dell’ordinaria vita quotidiana che conduciamo nella società e, soprattutto, nelle città occidentali- ha affermato l’autore- il segno tangibile della differenza dello stile di vita nativo americano rispetto allo standard europeo e statunitense.’’

‘Quali sono le differenze più marcate’, ha chiesto Monti Buzzetti.

‘’La prima, immediatamente percettibile – ha affermato l’autore- è l’indifferenza nei confronti del sistema delle grandi opportunità di benessere che la società nordamericana riserva ai più volitivi e intraprendenti, soprattutto  tra chi agogna parossisticamente di dare una veloce scalata al successo economico. Un sogno americano che, da sempre, tenta anglosasssoni, ispanici, italiani, afroamericani, ma non i primi americani, o almeno non fa gola a quegli indiani rimasti fedeli alle loro passate tradizioni. Ne discende, come corollario, la loro capacità di vivere con poco. L’esatto contrario, quindi, del modello consumistico occidentale.’’ 

Il rischio, tuttavia, gli ha fatto notare Monti Buzzetti, è che dal vecchio paradigma dei bianchi buoni, civili e progrediti contrapposti ai selvaggi ‘’ brutti, sporchi e malvagi’’, si passi ora al mito opposto, altrettanto errato, del ‘’buon selvaggio’’ perseguitato e annientato dal settimo cavalleria. 

‘’ Il rischio c’è e bisogna evitarne le conseguenze che distorcono la realtà storica e antropologica. Non esiste una civiltà ‘’pura’’e neppure una degenerata e malvagia tout court. Il mito del buon selvaggio, ereditato da Rousseau e applicato da molti, oggi, alla figura romantica ed edulcorata dell’indiano americano, è falso e fuorviante. Tuttavia la ragione più valida per cui del genocidio degli amerindi si ricordino e si celebrino quasi sempre solo le tragiche vicende dei nativi nordamericani (nonostante le maggiori stragi siano state perpetrate ai danni di Aztechi e Incas nell’America centromeridionale) dipende dal fatto che l’indiano delle praterie, in particolare, evoca in noi quello che Jung definirebbe un archetipo psichico.  Mi spiego meglio. Sioux, Cheyenne, Arapaho rappresentano un po’ l’infanzia perduta dell’umanità, la nostra alba. Quella in cui popolazioni nomadi e cacciatrici vagavano libere in vasti spazi senza i limiti territoriali e comportamentali imposti successivamente dalla società evoluta e progredita occidentale. Quando Virgilio ed Esiodo parlano di un’età perduta priva di recinzioni e di frammentazione del territorio o di assenza di proprietà privata, un’età dell’oro, mostrano già una spiccata nostalgia delle libertà perdute in cambio del progresso e delle città formicaio. I  cavalieri piumati dell’ovest nordamericano sono il sogno perduto, l’archetipo che ci attrae senza la consapevole memoria del nostro passato primordiale. Per giunta sono proprio questi indiani quelli che più affascinarono, per la loro bellezza, i pittori e i fotografi che li cercarono e li ritrassero nel diciannovesimo secolo.

Nel libro io narro tutto questo e anche alcune curiosità che riguardano noi italiani. Pochi sanno, ad esempio che nel settimo cavalleria di Custer c’erano anche nostri connazionali, a cominciare dal trombettiere campano, John Martin, alias Giovanni Martini. Combatterono con il colonnello dai lunghi capelli biondi anche nella famosa battaglia di Little Big Horn e si salvarono miracolosamente tutti. 

‘Perché il titolo è Il Cerchio Sacro?’  Lo ha incalzato il Direttore di Rai Libri.

‘’Ci stavo arrivando - ha risposto Salvatori- cenni storici, costumi e curiosità sono temi toccati da tutti quelli che si sono cimentati con saggi e racconti del genere western. Io non ho parlato solo delle differenze tra due civiltà contrapposte, la bianca e la nativa americana, ho dedicato anche due capitoli alle analogie tra simboli e tradizioni dell’una e dell’altra parte. A cominciare dal simbolo del cerchio con una croce iscritta al suo interno, il simbolo più sacro per i Lakota Sioux, ma tra i più sacri anche per altre grandi religioni della Terra: penso alla croce cristiana della tradizione celtico-irlandese, ai rosoni delle cattedrali medievali, alla ruota cosmica e al mandala delle tradizioni induista e buddista. Da notare che la croce ha sempre lo stesso significato, cioè l’incontro tra la dimensione umana, la linea orizzontale, e quella divina, la linea verticale. In più, se si va oltre il folklore e i luoghi comuni, si scopre che il codice cavalleresco dei pellirosse non era diverso nella sostanza da quello dei nostri cavalieri medievali: onore, lealtà, fedeltà. Sono convinto che se l’incontro-scontro tra la nostra civiltà e quella indigena nordamericana fosse avvenuto in altre epoche, non dico culturalmente parallele, cosa impossibile, ma almeno non così distanti, forse la memoria dei simboli e delle tradizioni comuni avrebbe consentito una maggiore comprensione tra i due popoli. Non la pace stabile, perché i diseredati d’Europa da troppo tempo avevano un bisogno disperato di nuove terre da coltivare e in cui vivere senza essere oppressi , ma forse con maggiori possibilità di accordi e di patti non ripetutamente violati,da parte nostra, come è quasi sempre accaduto nella storia della conquista del West.

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