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Inondazioni in Nepal, si scava nel fango: oltre mille dispersi nel paradiso degli alpinisti

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Tommaso Manni
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Una catasfrofe. Oltre 1.300 persone risultano disperse e almeno 165 sono state confermate come morte a seguito delle inondazioni e delle frane al confine tra Nepal e Tibet. Lo ha riferito l'agenzia nepalese per la gestione delle emergenze precisando che il bilancio è ancora provvisorio e che sarebbero coinvolti degli stranieri.

Escursionisti e alpinisti da tutto il mondo affollano la nazione himalayana per mettersi alla prova su alcune delle vette più alte del mondo, tra cui il Monte Everest.  "Non c'era tempo per scappare, l'acqua è arrivata in mezz'ora travolgendo tutto". Con questa testimonianza diretta da Dhunge, nel distretto nepalese di Nuwakot, si misura la violenza dell'apocalisse che ha travolto il confine tra Nepal e Cina nelle ultime trentaquattr'ore. Una gigantesca valanga di ghiaccio e rocce, precipitatasi dai versanti tibetani nel bacino del fiume Lhende e incanalatasi lungo il Bhote Koshi, ha generato una colata detritica senza precedenti che ha letteralmente spazzato via interi villaggi montani, inghiottito snodi di confine e reciso le comunicazioni su entrambi i lati della frontiera. Mentre i bilanci ufficiali continuano ad aggiornarsi a ritmo frenetico, le vittime accertate superano quota 160. In Nepal, la Polizia Nazionale ha confermato il recupero di 157 corpi, mentre le autorità cinesi della Regione Autonoma del Tibet hanno segnalato almeno tre morti accertati nel distretto di Gyirong. Ma è il dato sui dispersi a delineare la reale portata della tragedia: oltre 800 persone in Nepal e centinaia sul versante cinese figurano come irreperibili.

 

L'ondata di fango e rocce ha travolto una delle arterie geografiche più frequentate dell'Himalaya. L'evento si è verificato in concomitanza con le celebrazioni del festival induista di Janai Purnima e durante il picco stagionale dei viaggi verso il Monte Kailash e il lago Mansarovar, siti sacri situati in Tibet e venerati da pellegrini indù, buddisti, giainisti e bonpo. Secondo i dati diffusi dal Ministero del Turismo di Kathmandu e confermati dalle forze di polizia, tra i dispersi figurano circa 341 turisti stranieri. L'India paga il tributo più pesante con almeno 133 cittadini irreperibili, la maggior parte dei quali pellegrini in viaggio verso il Kailash.

Le cancellerie internazionali seguono l'evoluzione delle ricerche con apprensione: gli Stati Uniti segnalano 47 cittadini irreperibili, mentre Parigi lavora per rintracciare un contingente di circa 80 francesi registrati nell'area del Langtang. Mancano all'appello anche decine di cittadini britannici, australiani, canadesi e un gruppo di tecnici sudcoreani impegnati nei cantieri idroelettrici lungo la valle.

 

"Siamo stati otto ore fermi sull'autobus. Nessuno aveva notizie, finché non sono iniziate a circolare le prime informazioni e i primi video", è la testimonianza al Tg1 di Giovanni Fassini e Marco Lombardi, due italiani rimasti bloccati su un autobus diretto all'aeroporto di Kathmandu mentre le inondazioni travolgevano il Nepal. I due, riferisce il telegiornale Rai, stavano terminando una vacanza di trekking e avrebbero dovuto prendere un volo per Milano. "L'autobus si è fermato perché la strada era sbarrata e all'inizio non ne capivamo il motivo. Alla fine ci siamo accorti che il fiume di fianco saliva, saliva e saliva. Fortunatamente non è arrivato a lambire il nostro mezzo", hanno raccontato. Per ore i due italiani sono rimasti senza sapere cosa stesse accadendo intorno a loro e senza possibilità di proseguire o tornare indietro. "A monte non si poteva andare perché la strada era stata chiusa dalle autorità, mentre anche alle nostre spalle il fiume era esondato", hanno spiegato. Alla fine sono riusciti a mettersi in salvo: "Ci è andata bene, per fortuna siamo qui a raccontarlo".

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