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Guerra, cala il gelo tra Usa e Arabia Saudita: la gestione di Hormuz scatena la crisi

Fausta De Rossi

Una disputa sulla gestione e l'apertura dello Stretto di Hormuz ha creato una frattura nei rapporti tra gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita. Lo scrive il "Wall Street Journal", ricordando che l'Arabia Saudita ha negato l'accesso al suo spazio aereo a cento velivoli americani pronti a decollare per partecipare al "Project Freedom", un'operazione volta ad aprire lo Stretto di Hormuz. Secondo funzionari statunitensi ben informati, la reazione saudita ha costretto gli Stati Uniti a fermare l'operazione militare, varata dal presidente americano Donald Trump poche ore prima e finalizzata a garantire il passaggio sicuro delle navi. Indignata, la Casa Bianca ha minacciato di bloccare la consegna degli intercettori che servono all'Arabia Saudita per abbattere missili e droni iraniani, se Riad non avesse cambiato idea, come spiegano al Wsj funzionari statunitensi e arabi informati.

 

  

 

L'Arabia Saudita alla fine ha fatto marcia indietro, dopo che i funzionari Usa hanno minacciato di non includere il regno nella lista prioritaria per la ricezione di armi difensive, hanno affermato i funzionari arabi. Ma secondo funzionari statunitensi il danno non è facile da riparare. Come conseguenza, riferiscono funzionari americani citati dal Wsj, gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di ridurre la propria presenza militare in Arabia Saudita, concentrando le forze su paesi che si sono mostrati più solidali come Israele e Giordania. Le stesse fonti hanno precisato che la pianificazione è ancora in una fase iniziale e che non è stata ancora presa alcuna decisione definitiva. Quella tra Riad e Washington, finora inedita, è la più grande frattura degli ultimi anni in un rapporto che per decenni ha costituito la base degli accordi di sicurezza nel Golfo. La scorsa settimana il Segretario di Stato Usa Marco Rubio si è recato nel Golfo per incontri con alti funzionari della regione e ha visitato gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait e il Bahrein, ma non l'Arabia Saudita.

 

 

Secondo fonti vicine a Riad citate dal Wsj, i funzionari sauditi si sono mostrati contrariati e hanno interpretato la decisione di Rubio di non visitare Riad come un affronto. Funzionari dell'amministrazione Trump hanno negato che questa fosse l'intenzione e hanno affermato che Rubio ha avuto colloqui positivi con il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan a margine di una riunione del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg) in Bahrein. La frizione tra Riad e Washington è stata sottolineata anche dalla decisione del principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (Mbs) di declinare l'invito a partecipare al G7, protestando contro la gestione della guerra all'Iran da parte degli Stati Uniti. Non è chiaro quanto la frizione possa influenzare un rapporto che è un pilastro della politica di sicurezza Usa in Medio Oriente. Gli stretti legami tra Stati Uniti e Arabia Saudita contribuiscono a garantire il libero flusso di petrolio e a bilanciare l'impegno Usa nei confronti di Israele. Riad, inoltre, è un importante acquirente di armi americane e una fonte di capitali per gli investimenti, anche per le catene di approvvigionamento di minerali critici, l'intelligenza artificiale e la cooperazione nel settore nucleare civile.

I rapporti tra i due Paesi hanno già subito tensioni in passato, dopo l'11 settembre. Nel corso degli anni gli Stati Uniti hanno dovuto ridurre e persino interrompere la propria presenza nelle basi saudite a causa di considerazioni politiche e delle ripercussioni interne derivanti dalla presenza di truppe straniere in un Paese che ospita i luoghi più sacri dell'Islam. La prima amministrazione Trump ha ritirato i sistemi di difesa missilistica Patriot dall'Arabia Saudita nel 2020, dopo una disputa sulla produzione petrolifera del regno, affermando che non erano più necessari per la difesa. Il principe ereditario saudita ha puntato molto sul suo rapporto con Trump. Lo scorso autunno Mbs si è recato alla Casa Bianca, dove Trump lo ha elogiato e ha minimizzato le preoccupazioni relative all'omicidio del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018 in un consolato di Riad a Istanbul. Ma Riad e Washington non sono mai stati d'accordo sulla guerra contro l'Iran. L'Arabia Saudita e altre potenze del Golfo hanno fatto pressione sugli Usa per trovare una soluzione diplomatica. Funzionari sauditi avevano avvertito la Casa Bianca che qualsiasi tentativo di rovesciare il regime iraniano avrebbe portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz, avrebbe destabilizzato i mercati petroliferi e danneggiato l'economia statunitense, oltre a comprometterne la stabilità del Paese e dell'intera regione, secondo quanto riferito da funzionari arabi. Dopo l'inizio della guerra israelo-americana contro l'Iran lo scorso 28 febbraio, l'Arabia Saudita è rimasta ferma sulla sua posizione. Ha cercato un dialogo con l'Iran e fatto arrivare truppe dal Pakistan, che ha stretto una nuova alleanza di difesa con il regno e che era in prima linea nei negoziati per porre fine alla guerra. "L'intesa raggiunta dal principe ereditario con l'Iran tramite il coordinamento del Pakistan ha già dato i suoi frutti, il che significa che la maggior parte delle infrastrutture saudite rimane al sicuro e non è un obiettivo, consentendo al regno di allontanarsi dalla politica generale degli Stati Uniti", ha affermato al Wsj Umer Karim, analista di politica estera e geopolitica saudita presso il King Faisal Center for Research and Islamic Studies. "Un ulteriore deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti aprirebbe ovviamente un enorme vaso di Pandora ed entrambe le parti cercheranno di evitarlo", ha sottolineato.