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Russia, l'ammissione di Putin: "Manca la benzina". Ipotesi stop all'export

Ignazio Riccio

C'è un paradosso che racconta meglio di ogni dispaccio di guerra lo stato attuale della Russia: uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo non riesce più a fare il pieno alle sue stazioni di servizio. Code interminabili ai distributori, razionamenti imposti fino a 10-20 litri per veicolo, pompe a secco dalla Crimea all'Estremo Oriente. E Vladimir Putin, per la prima volta costretto ad ammettere pubblicamente quello che i suoi cittadini vedono con i propri occhi.

“Purtroppo ci sono ancora code alle stazioni di servizio”, ha dichiarato il presidente russo durante una riunione d'emergenza con i vertici del governo e del settore energetico. Ha annunciato la costituzione di una task force permanente per gestire la crisi, e ha comunicato che le riserve di benzina sono scese a 1,7 milioni di tonnellate, valutando l'opportunità di bloccare le esportazioni di gasolio per proteggere il mercato interno. Una dichiarazione rivelatrice: la Russia ha costruito la propria potenza geopolitica sull'export energetico. Metterlo in discussione significa ammettere una vulnerabilità strutturale difficile da occultare.

  

 

Dietro questa crisi c'è la strategia ucraina dei droni, definita da Zelensky stesso “le sanzioni più efficaci, quelle che funzionano più in fretta”. Da agosto in poi l'esercito ucraino ha colpito almeno sedici delle trentotto principali raffinerie russe, in molti casi più volte, e nell'arco del 2025 ne ha danneggiate almeno ventuno. Il risultato, secondo diverse stime, è che la capacità di raffinazione del Paese è crollata di quasi un quinto, mentre le esportazioni dai porti chiave si sono ridotte sensibilmente.  

Il colpo simbolicamente più pesante è arrivato il 17 giugno scorso, quando i droni ucraini hanno di nuovo incendiato la raffineria di Mosca nel distretto di Kapotnya, a soli quindici chilometri dal Cremlino, un impianto che forniva oltre un terzo del fabbisogno di carburante della capitale. Putin quel giorno era a Kazan a ricevere ospiti, e non ha proferito una parola pubblica sugli attacchi.  

Il paradosso si fa ancora più acuto se si guarda a come Mosca sta cercando di tamponare l'emergenza: la Russia prevede di riacquistare dall'India carburanti raffinati come benzina e diesel, ovvero i prodotti finali che Nuova Delhi ha estratto dal petrolio greggio russo venduto in precedenza a prezzi fortemente scontati. Un'umiliazione economica che racconta, meglio di qualunque analisi, dove si trova oggi il Cremlino. 

Da gennaio il costo della benzina è aumentato del 40 per cento. In diverse regioni russe ci sono state carenze e si sono viste lunghe code ai distributori, che in alcuni casi hanno razionato i rifornimenti. In Crimea, circa metà delle stazioni di servizio risulta a secco, e il governatore della penisola ha annunciato la sospensione della vendita ai privati.  

Sul fronte militare, il quadro non è più confortante. Secondo stime circolate tra blogger russi, fonti ucraine e centri di analisi occidentali - e riprese dal “Corriere della Sera” - le perdite dell'esercito di Mosca sarebbero nell'ordine di 30.000 unità al mese tra morti, feriti e dispersi, con aspettative di sopravvivenza per le reclute al fronte che si misurano in minuti, non in giorni. Dati impossibili da verificare in modo indipendente, ma coerenti con il crescente ricorso russo a contingenti stranieri e con la pressione per una nuova mobilitazione di massa.

Sul campo di battaglia, in linea generale, persiste lo stallo a cui il conflitto ci ha abituati, ma è la campagna di bombardamento in profondità a rimettere in equilibrio l'ago della bilancia: i colpi ucraini alle infrastrutture energetiche hanno davvero messo in crisi la distribuzione di carburanti in Russia. 

 

La domanda che si pone ora ogni analista è la stessa: cosa farà Putin di fronte a una crisi che ormai lambisce la vita quotidiana dei russi? Le opzioni sul tavolo vanno dalla mobilitazione generale - con tutto il rischio di destabilizzazione interna che comporta - all'escalation nucleare, già evocata in passato e mai del tutto esclusa. Il presidente russo ha dichiarato la propria disponibilità a negoziare, ma le condizioni poste equivalgono di fatto a una richiesta di resa ucraina.  

C'è una certa ironia storica, in fondo, nel vedere l'uomo che ha costruito il proprio potere sul petrolio e sul gas trovarsi oggi a gestire code ai distributori e task force di emergenza per la benzina. Ma la storia, come il 1917 ricorda, ha il vizio di non avvisare prima di cambiare direzione.