pronti a capitolare
Guerra, l’Iran cadrà militarmente o per una crisi economica
Il Presidente Usa Donald Trump aveva indicato una tempistica di due mesi quale durata della guerra contro il regime islamico iraniano, e in effetti le ostilità sono durate circa sei settimane dall’inizio di Epic Fury. Questi erano i tempi necessari per indebolire e ridurre la capacità offensiva degli Ayatollah e soprattutto per far sì che iniziasse una crisi economica profonda, tale da mettere in discussione il potere di Teheran e la sua capacità oppressiva interna. Sul piano militare si stima che missili e droni siano stati ridotti di circa il 50%, i lanciatori del 70/80%, e che l’80% dell’aviazione e dei sistemi di difesa aerea non esista più, così come il 90% delle fabbriche di armi e delle imbarcazioni della marina, oggi ridotta a motoscafi e motovedette di piccole dimensioni. Certo, la capacità militare residuale del regime non è poca cosa, in quanto può ancora infliggere pesanti danni ai Paesi del Golfo, alle basi americane e alleate nella regione e soprattutto a Israele e Dubai, ora dotata del sistema di difesa laser Iron Beam fornitole da Gerusalemme. Le attività terroristiche di Teheran sono per loro natura una minaccia costante. Oggi le tempistiche del conflitto sono dettate anche dalle questioni interne Usa: Trump ha infatti notificato al Congresso l’avvio degli attacchi in Iran il 2 marzo scorso, i quali sono poi cessati con la tregua dell’8 aprile e potranno riprendere con una nuova notifica, ma senza bisogno di autorizzazione per 60 giorni, vista la pausa nei combattimenti che c’è stata. L’interpretazione di questa norma è sempre molto opinabile, ma l’interruzione rende più sostenibile la ripresa delle ostilità senza autorizzazione del Congresso, basandola sulla «minaccia imminente» per le forze statunitensi dislocate nella regione.
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Gli attacchi israelo-statunitensi potrebbero riprendere in qualsiasi momento, già dalle prossime ore, visti gli scarsi progressi della flebile negoziazione a distanza in corso. Le comunicazioni di Potus sono spesso volutamente contraddittorie, così da destabilizzare tutti, soprattutto i nemici. Lo Stretto di Hormuz resta chiuso al traffico da e per l’Iran, come voluto da Trump, che ha così trasformato la guerra da un’operazione lampo a una guerra di logoramento, soprattutto economico, per gli iraniani sempre più in sofferenza. Gli scenari sono quindi principalmente due, con diverse sfumature possibili: il primo è quello di una ripresa degli attacchi strategici sul territorio iraniano che colpiscano le infrastrutture fondamentali (militari, energetiche, informatiche, trasporti), affinché il regime crolli o si indebolisca a tal punto da essere costretto a trattare una resa, in particolare sul nucleare. Questo potrebbe accadere subito o in una finestra variabile tra 2 e 4 mesi, quando il regime non avrà più entrate dal commercio di petrolio, bloccato dalla chiusura di Hormuz. Tra due mesi inizierà a perdere circa 200 milioni di dollari al giorno, avrà le cisterne di stoccaggio piene e dovrà sospendere il lavoro delle raffinerie. L’alternativa è attendere che questo tracollo avvenga senza ulteriori pesanti attacchi, ma mantenendo chiuso lo stretto. Ci vorrà probabilmente più tempo, ma accadrà comunque prima della fine dell’autunno, considerando la crisi economica devastante che affligge il Paese e il fatto che presto lo Stato non sarà più in grado di pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Questo comporterà ovviamente anche un rischio di una leggera recessione per l’Europa.
L’ultima opzione è quella di un accordo nelle prossime settimane, con la cessazione definitiva delle ostilità, ma sembra la meno probabile, vista la mancanza di volontà da parte degli Ayatollah di accettare la sconfitta per paura delle ripercussioni interne e della debolezza che emergerebbe se rinunciassero ai programmi balistici e nucleari. Nel frattempo Trump prepara nei prossimi giorni un incontro storico a Washington tra il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il Presidente libanese Joseph Aoun, per un accordo di pace duratura che preveda il disarmo definitivo di Hezbollah. Nonostante il pessimismo occidentale e ciò che leggiamo sui media mainstream, in Medio Oriente, dove mi trovo, da Abu Dhabi a Gerusalemme, passando per Beirut, l’ottimismo circa la possibilità che il mutamento degli assetti geopolitici regionali porti alla sconfitta dell’Iran e dei suoi proxy è molto alto. Forse un giorno saranno in molti a doversi ricredere su Donald Trump e a doverlo ringraziare per i risultati, la pace e la stabilità; oppure avrà comunque destabilizzato l’asse del male, rendendolo più debole che mai.