retroscena sul medio oriente

Hormuz, basta con il monopolio dell'Iran: oleodotti alternativi, ferrovie e Accordi di Abramo

Francesca Musacchio

Un Medio Oriente meno ostaggio della geografia iraniana. Sarebbe questo l'obiettivo di cui si discute nelle stanze alte della diplomazia, dove si tratta la guerra a tutti i livelli. Il cambio di regime a Teheran rimane sullo sfondo della riduzione del potere di ricatto costruito sullo Stretto di Hormuz. E quindi, si ragiona su corridoi terrestri e marittimi alternativi, oleodotti che spostano flussi fuori dal Golfo interno e una normalizzazione araba con Israele che smetta di essere simbolica e diventi infrastruttura politica, commerciale e di sicurezza. Oggi Hormuz è il choke point, un collo di bottiglia in mano al regime. Secondo la International Energy Agency, nel 2025 vi sono transitati quasi 20 milioni di barili al giorno. Ma la stessa Iea segnala che esiste già una capacità alternativa compresa fra 3,5 e 5,5 milioni di barili al giorno, mentre la U.S. Energy Information Administration indica nella East-West Pipeline saudita una capacità di 5 milioni di barili al giorno, espandibile temporaneamente a 7, e nella pipeline emiratina Habshan-Fujairah una capacità di 1,8 milioni di barili al giorno. Gli Emirati puntano inoltre a un'ulteriore linea da 1,5 milioni di barili al giorno verso Fujairah entro il 2027. Quindi Hormuz non dovrà più essere un monopolio geografico assoluto. Se Arabia Saudita ed Emirati aumentano la quota di export sottratta allo stretto, il costo politico della minaccia iraniana sale e il suo rendimento scende. Non sparisce la capacità di interdizione, ma si restringe la rendita di posizione di Teheran.

 

  

 

Per questo il dossier non riguarda solo il petrolio, ma la costruzione di un'altra geografia. La partita vera non si gioca sul singolo oleodotto, ma sui corridoi. La dichiarazione congiunta Usa-India del febbraio 2025 lega apertamente il progetto Imec e il formato I2U2 alla sicurezza regionale, agli investimenti infrastrutturali e alla connettività strategica. La nuova agenda strategica Ue-India del gennaio 2026 colloca la connettività India-Golfo-Europa dentro una cornice più ampia di cooperazione politica, infrastrutturale e digitale. La sicurezza energetica, dunque, non basta più. Serve una rete di trasporti, porti, ferrovie, cavi sottomarini, oleodotti, logistica e investimenti che trasformi il Golfo da area di estrazione a piattaforma di transito. Dentro questo disegno l'Iraq smette di essere solo retrovia dell'influenza iraniana e torna a essere una cerniera contesa. La Banca Mondiale ha approvato un progetto da 930 milioni di dollari per estendere e modernizzare la rete ferroviaria irachena, collegandola alla logica della Iraq Development Road, cioè l'asse che dovrebbe unire il porto di Al Faw, sul Golfo, alla Turchia e poi all'Europa. Nello stesso quadro compare la GCC Railway Network, una rete di circa 2.177 chilometri destinata a collegare Bahrain, Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Oman ed Emirati. Se questa trama si salda alla Development Road irachena e agli snodi mediterranei, il corridoio sciita perde esclusività.

 

 

In tutto questo, gli Accordi di Abramo allargati diventano fondamentali non solo come normalizzazione dei rapporti diplomatici, ma come piattaforma regionale integrata. Il Dipartimento di Stato americano ha definito gli Accordi e il Negev Forum come strumenti di integrazione regionale, cooperazione economica e sicurezza condivisa. In questa chiave la normalizzazione non è più soltanto il riconoscimento reciproco tra Stati, ma diventa la cornice per difesa aerea, cyber, energia, acqua, investimenti, tecnologia, logistica. Il passaggio decisivo, però, resta l'Arabia Saudita. Riad non ha chiuso la porta, ma la leadership saudita continua a collegare la normalizzazione con Israele a un percorso credibile verso la statualità palestinese. Il Washington Institute rileva che le politiche israeliane in Cisgiordania e Gaza continuano a ostacolare la praticabilità politica di quella normalizzazione. Quindi, non esiste un "Abramo extralarge" stabile che possa aggirare del tutto la questione palestinese.