Nato, il travagliato patto che resiste alle divergenze
Il futuro dell'Alleanza tra nuove e vecchie sfide. Unione salda nonostante tutto
Mentre infuria la guerra in Medio Oriente e si acuisce sempre di più la crisi internazionale, tornano in auge anche le storiche tensioni in seno all’Alleanza Atlantica. Gli aspri toni che gli Stati Uniti continuano a utilizzare contro i propri partner - tra cui le accuse di mancato sostegno nello Stretto di Hormuz - sono la fotografia dell’ennesima nube che attraversa un’organizzazione perennemente segnata da ampie distensioni e profonde contratture. Un matrimonio travagliato ma essenziale, che già nel 2007 il professor Lawrence S. Kaplan ripercorreva in maniera attenta nel suo libro «Nato Divided, Nato United: The Evolution of an Alliance» per sottolineare l’imprescindibile necessità di questo quadro d’attori uniti da valori comuni ma spesso divergenti negli interessi strategici.
Da una parte gli europei, dipendenti dalle armi americane, che accusano ciclicamente gli Stati Uniti di sfruttamento salvo poi lamentarsi contro le loro politiche di disimpegno. Dall’altra parte c’è Washington, che con una mano spinge l’Europa ad assumersi le proprie responsabilità nella difesa comune lo stesso Obama rimproverò gli alleati di essere «Free riders» - e con l’altra frena i suoi tentativi di autonomia strategica perché considerati limitanti per la propria influenza nel continente di mezzo. La stessa segretaria di Stato dell’amministrazione Clinton, Madeleine Albright, aveva ribadito ai partner di evitare qualsiasi tentativo di «Duplicazione, Divisione e Discriminazione». Contraddizioni, queste, perfettamente in sintonia con l’essenza dell’Alleanza. Che non si è sciolta quando Charles De Gaulle smobilitò le basi e il Quartier Generale della Nato verso Bruxelles, né quando il presidente francese Jacques Chirac e il cancelliere tedesco Gerhard Schröder si opposero fortemente alla guerra in Iraq. E ancora, nemmeno quando Donald Trump ha recentemente fatto credere di voler prendere la Groenlandia. Tutto è funzionale in una dialettica interna per spingere la controparte a una reazione. Nulla di nuovo sul fronte occidentale, quindi, ma solo l’ultimo braccio di ferro fra sponde che finora hanno resistito a innumerevoli pressioni per garantire assieme la propria tutela e deterrenza.
Una realtà che dovrebbe rassicurare i molti e disarticolare tutti coloro che, sfruttando gli screzi fra cancellerie, spingono per la rottura del patto. Questo significa, come spiega Kaplan, che nonostante le tensioni «la cooperazione transatlantica resta fondamentale per affrontare le sfide future» e che la Nato «pur affrontando difficoltà» non ha mai rinunciato a tenere la fune che lega i due mondi. Tutto questo però, prosegue l’autore, rischia «di diventare irrilevante se le responsabilità globali non saranno condivise». La soluzione non è quindi quella di fare dietrofront davanti alla tempesta, ma di continuare ad attraversarla assieme sebbene con l’impegno nuovo di rispondere a questioni complesse e impellenti: riarmo, deterrenza e alleanza Occidentale.
Temi che interrogano profondamente il nostro continente, fatto di paesi in competizione reciproca per la leadership regionale: dalla Germania al Regno Unito fino a Francia e Italia, c’è una lotta intestina per lo scranno più alto. Dopo la Conferenza di Teheran del 1943, Winston Churchill disse di trovarsi «al fianco dell’orso russo e del grande bufalo americano» e di essere «il povero asinello inglese che sapeva la strada per tornare a casa». L’Europa conosce la strada di casa?
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