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Iran, colpita base italiana in Kuwait. Crosetto e Tajani: "Non ci faremo intimidire"

Foto:  Ansa 

Andrea Riccardi
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Un drone ha colpito la base di Ali Al Salem Air Base, in Kuwait, dove sono schierati i soldati italiani della Task Force Air. Il velivolo a pilotaggio remoto, un Predator lungo 11 metri custodito in un rifugio, è stato distrutto, ma i militari sono rimasti illeso, ha spiegato il generale Luciano Portolano, Capo di Stato Maggiore della Difesa. Secondo Portolano, il drone colpito "costituiva un elemento indispensabile per lo svolgimento delle attività operative" e il dispositivo italiano era già stato alleggerito nei giorni scorsi in relazione all'evoluzione del quadro di sicurezza nell'area. Il personale rimasto è impegnato nelle attività essenziali della missione, mentre la situazione viene costantemente monitorata dal vertice militare e dal Comando Operativo di Vertice Interforze. Il Capo di Stato Maggiore ha precisato di aver informato immediatamente il ministro della Difesa, Guido Crosetto, e di aver contattato il comandante sul posto per verificare le condizioni dei militari italiani, tutti in sicurezza al momento dell'attacco. Secondo quanto si apprende, Crosetto ha subito avvertito i leader istituzionali e quelli dei partiti. Lo stesso Crosetto ha reso noto che il governo segue "con la massima attenzione l'evoluzione del quadro di sicurezza nell'area". Quanto alla perdita del velivolo "non ha alcun riflesso sulla sicurezza dei nostri militari schierati nell'area". Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha sottolineato che la base era già stata colpita in precedenza e che il contingente italiano era stato ridotto. Tajani ha ricordato come il Kuwait rappresenta "un obiettivo militare dell'Iran per la presenza di basi americane", aggiungendo che l'Italia prosegue nelle missioni riducendo progressivamente il personale. "Non ci facciamo intimorire perché arriva un drone. Manteniamo fede ai nostri impegni", ha chiarito Tajani.

Mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che ha detto di non essere pronto ad un accordo di pace, prevede di annunciare già questa settimana che diversi Paesi hanno concordato di formare una coalizione per scortare le petroliere rimaste bloccate nel Golfo Persico attraverso lo Stretto di Hormuz. Sono tuttavia ancora in corso discussioni per stabilire se tali operazioni inizieranno prima o dopo la fine delle ostilità. La Gran Bretagna ha dato disponibilità. Ma molti paesi si sono finora mostrati evasivi riguardo a una missione di scorta di questo tipo fino alla cessazione dell'operazione militare, dati i rischi connessi.

Lo Stretto di Hormuz resta il punto cardine della guerra fra Iran, Israele e Stati Uniti. Sarebbero mille le navi attualmente in attesa di attraversare il braccio di mare, fra cui 200 petroliere che trasportano rifornimenti di greggio necessari in tutto il mondo. Il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, senza fare nomi, ha detto che Teheran è stata contattata da "diversi paesi" che "desiderano un passaggio sicuro per le proprie navi". Secondo il responsabile della diplomazia iraniana la colpa di quanto sta accadendo è totalmente dovuto "all'aggressione da parte degli Stati Uniti". Uno scontro a tutto campo, bellico ma anche verbale. Donald Trump ha fatto sapere di non essere pronto a raggiungere un accordo perché "le condizioni non sono ancora abbastanza buone". Quanto alla nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, "non so se sia vivo - ha detto il tycoon - se lo è dovrebbe fare una cosa molto intelligente per il proprio Paese, cioè arrendersi". Parole a cui gli iraniani hanno risposto per le rime. "Non vediamo alcun motivo per parlare con gli americani", ha ribadito Araghchi facendo riferimento agli ultimi negoziati che non sono stati "un'esperienza positiva".

Intanto la guerra sarebbe già costata circa 12 miliardi di dollari per le tasche di Washington. Se gli Usa si concentrano sullo stretto di Hormuz anche l'alleato israeliano prosegue nell'offensiva. L'esercito israeliano infatti prevede di andare avanti "almeno altre tre settimane" in quanto ci sarebbero ancora "migliaia di obiettivi ancora da colpire". "Non lavoriamo con il cronometro", hanno spiegato le Idf. Dai Pasdaran sono giunte invece minacce dirette al primo ministro Benjamin Netanyahu. "Continueremo a dargli la caccia e lo uccideremo", ha fatto sapere il Corpo delle Guardie della Rivoluzione. Sarebbero proprio i Pasdaran, secondo Israele, i mandanti degli attentati dinamitardi contro siti ebraici in Belgio e Olanda.

Nell'ultimo attacco contro Israele l'Iran ha fatto sapere di aver usato anche il nuovo missile balistico a medio raggio Sejil. Un'arma che è in grado di percorrere la distanza tra il sito nucleare di Natanz e Tel Aviv in sette minuti. Resta difficile la situazione pure per quanto riguarda il Libano dove si tenta di allestire dei negoziati diretti fra le autorità di Beirut e il governo israeliano mentre lo Stato ebraico prosegue gli attacchi nei confronti di Hezbollah. I sono sono più  di 880 e gki sfollati almeno 809 mila a causa dei bombardamenti che hanno distrutto migliaia di abitazioni. Il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Saar, ha però fatto sapere che non intende avviare colloqui con la controparte libanese nei prossimi giorni e fino a quando il governo di Beirut non adotterà "misure serie per impedire a Hezbollah di sparare". Una situazione esplosiva che interessa anche il contigente dell'Unifil, del quale fanno parte anche soldati italiani. Nelle ultime ore i Caschi Blu della missione Onu hanno reso noto di essere stati presi di mira da "gruppi armati non statali" libanesi. Non ci sono stati feriti.

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