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Williams Dávila, libero dopo due anni l'ex deputato italo-venezuelano: "Sono quasi morto, grazie a Meloni"

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Un incubo durato 550 giorni. Ma ora Williams Dávila è finalmente un uomo libero. Il dissidente italo-venezuelano ed ex deputato dell'Assemblea nazionale di Caracas racconta la sua detenzione sotto il regime di Nicolás Maduro: dalle drammatiche fasi dell'arresto fino alle conseguenze sulla sua salute, seriamente compromessa durante la prigionia. Tutto risale a una notte d'agosto di due anni fa, quando il Paese sudamericano era nel pieno del caos per le proteste popolari seguite alle contestatissime elezioni presidenziali.

"Quello che mi accadde l'8 agosto 2024 fu l'esecuzione di un crimine contro l'umanità: fui sottoposto a una sparizione forzata", racconta Dávila all'Adnkronos. Vennero a prenderlo, spiega, e per giorni di lui si persero le tracce. "Durante quel periodo la mia famiglia non ebbe alcuna notizia. Mio fratello maggiore, Hugo, girò tutti i centri di detenzione e ovunque ricevette la stessa risposta ufficiale: che io non ero lì". La cattura, violenta, ha avuto conseguenze gravissime sulla sua salute. ''Quasi sono morto mentre ero all'Helicoide'', dice ricordando i primi giorni di prigionia nel centro di detenzione dei servizi di sicurezza a Caracas, noto per la sua architettura a spirale e per essere stato uno dei più famigerati centri di tortura del Venezuela. ''A causa della mia cattura violenta, che mi provocò una ferita cadendo sul pavimento, sviluppai un processo di infezione che degenerò in setticemia e prostatite severa. Quando finalmente decisero di portarmi in un vero centro ospedaliero, stavo già entrando in uno stato di shock''.

 

L'isolamento "fu assoluto e deliberato. Furono violati protocolli internazionali fondamentali: all'Ambasciata del Portogallo fu negato ufficialmente in due occasioni che io mi trovassi nella clinica, bloccando il diritto all'assistenza consolare. Ma forse la cosa più dolorosa fu la violazione della mia libertà religiosa; mi fu impedito di ricevere il conforto spirituale di Monsignor Ovidio Pérez Morales, cugino di mia madre, al quale fu vietato l'ingresso per darmi la comunione". Nonostante tutto, sottolinea, non ha mai ceduto. ''Rimasi sempre forte nello spirito, non lasciai che nessuna circostanza vissuta durante la mia detenzione arbitraria mi spezzasse. La verità e la giustizia prevarranno, di questo sono sicuro''. Il trasferimento in ospedale arrivò solo quando la situazione era ormai critica. ''Se non fosse stato per il peggioramento estremo della mia salute, che rese necessario il mio trasferimento, è probabile che il mio luogo di detenzione sarebbe rimasto nascosto per molto più tempo'', afferma.

 

Dávila descrive mesi di isolamento e vessazioni. ''Le condizioni di reclusione in Venezuela sfidano la dignità umana'', denuncia. ''Con gli interrogatori hanno cercato di spezzarmi, di terrorizzarmi psicologicamente. Mi chiedevano più e più volte chi fosse il mio padrino politico, dove si trovasse il mio telefono e informazioni su persone e fatti che si erano verificati dopo le elezioni del 28 luglio''. Ma, aggiunge, c'è qualcosa che non può essere piegato. ''La libertà di coscienza, di espressione e di discernimento è inalienabile; non si negozia né si piega in nessuna circostanza''. La notizia della scarcerazione arrivò quasi all'improvviso. ''Lo seppi nel pomeriggio del 18 luglio 2025. Non avevo la minima idea che quel giorno, approssimativamente alle 17:00, avrei ricevuto una notizia del genere'', ricorda. Tornare a casa fu un sollievo, ma non la fine della vicenda. Anzi. ''Fu l'inizio di una lotta altrettanto angosciante. Decisero una misura sostitutiva: libertà condizionale, divieto di uscita dal Paese obbligo di presentarmi in tribunale ogni 30 giorni''. Per mesi, racconta il politico italo-venezuelano, la sua libertà è rimasta incompleta, con la vita sospesa in una sorta di limbo. "Sono rimasto in una specie di Helicoide esteso per diversi mesi", fino al 9 marzo 2026, quando è arrivato il proscioglimento definitivo. La vicenda personale di Dávila si inserisce però in un contesto politico completamente mutato negli ultimi mesi. All'inizio del 2026, infatti, gli Stati Uniti hanno condotto un'operazione militare che ha portato alla cattura dell'allora presidente venezuelano Nicolás Maduro, poi trasferito negli Stati Uniti per affrontare accuse legate a narcotraffico e terrorismo. Nel suo racconto c'è anche un passaggio dedicato al ruolo della comunità internazionale, e in particolare della Ue. ''L'Europa è stata un osservatore e un attore fondamentale nel mio processo'', afferma. ''Devo rendere una testimonianza di profonda gratitudine all'Ambasciata del Portogallo in Venezuela, che ha esaurito tutte le risorse a sua disposizione per assistermi durante i miei oltre 11 mesi di detenzione ingiusta''.

Dávila ricorda anche il sostegno arrivato da diversi leader del Vecchio Continente. ''La mia liberazione nel luglio 2025 fu il risultato di una complessa architettura di negoziazione in cui la presenza internazionale fu decisiva; dalla mediazione che coinvolse figure come l'ex presidente Zapatero durante i negoziati tra Stati Uniti, Venezuela ed El Salvador, fino al sostegno incrollabile di leader come la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni'', sottolinea. Il ringraziamento di Dávila si estende anche all'Istituto Milton Friedman, ''del quale ho l'onore di essere membro del Consiglio direttivo'', che ''ha alzato la voce con coraggio denunciando il mio incarceramento ed esigendo la mia piena libertà''. Dávila commenta anche le manifestazioni organizzate in Italia a sostegno di Maduro, promosse da alcune sigle della sinistra: "Invito questi settori a conoscere la realtà attraverso le testimonianze di chi ha vissuto El Helicoide e la persecuzione. La vera giustizia sociale non può esistere senza libertà politica e senza rispetto per la vita. Molte di queste organizzazioni sono finanziate da chi cerca di destabilizzare la realtà, ma, per quanto possano provarci, la verità è una sola ed è davanti agli occhi del mondo: il Venezuela ha sofferto e continua a soffrire".

 

Dávila ricorda che nel Paese "ci sono ancora 502 prigionieri politici vittime di violazioni dei diritti umani, molti dei quali senza accesso a visite, cibo o spazi dignitosi". Una situazione che, afferma, riflette la realtà del Venezuela di oggi: "Un Paese con salari indegni, dove metà del territorio resta al buio per i continui blakout. Stati come Mérida - dove sono stato governatore e dove sono nato e cresciuto - subiscono interruzioni di corrente che durano ore". "Questi problemi, che pongono il Paese in una situazione umanitaria complessa, sono i fatti", sottolinea. Oggi l'ex deputato guarda al futuro del suo Paese con cautela ma anche con speranza. ''Il Venezuela attraversa un processo di profonda riconfigurazione'', dice. ''La gente chiede che le leggi funzionino e che il voto sia l'unico arbitro del nostro destino''. La sua visione è quella di una transizione politica che rimargini le ferite di anni di crisi. ''Immagino una transizione che non ferisca coloro che hanno sofferto tanto, vedere gli innocenti nelle loro case, pienamente liberi'', afferma. ''Abbiamo bisogno di un governo di unità che guarisca le ferite della separazione, dell'ingiustizia, del futuro perduto e del dolore''. Un esecutivo che secondo Dávila "deve essere guidato da María Corina Machado". E alla comunità internazionale rivolge un appello diretto: ''Il Venezuela ha bisogno di occhi su questo processo politico, economico e sociale''. Perché, conclude, ''la libertà di un uomo è un passo, ma la libertà di una nazione è un processo continuo''. E la battaglia resta una sola: ''Combattere fino alla vittoria, per una terra dove nessuno sia più perseguitato perché la pensa diversamente''.

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