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Iran, il vero arsenale degli ayatollah. Droni e missili, quante armi ha il regime

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Foto: Ansa

Ignazio Riccio
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Nel sesto giorno di guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, una delle domande centrali torna a essere la stessa che ha accompagnato molti conflitti recenti: chi finirà prima le armi? Non è una questione puramente teorica. La durata delle guerre moderne dipende sempre più dalla capacità industriale e logistica dei Paesi coinvolti, oltre che dalla loro potenza militare immediata.

Il dibattito ricorda quello che ha accompagnato i primi anni del conflitto russo-ucraino, quando analisti e governi cercavano di capire quante munizioni d’artiglieria restassero a Kiev o quanti carri armati avesse ancora Mosca. Allora si pensava che l’esaurimento delle scorte avrebbe portato rapidamente alla fine delle ostilità. La realtà è stata diversa: nuove tecnologie, in particolare i droni, hanno cambiato l’equilibrio del campo di battaglia.

 

Oggi lo stesso interrogativo riguarda l’Iran. Quanti missili possiedono davvero gli ayatollah? E quanto a lungo possono continuare a colpire Israele e i Paesi del Golfo?

Secondo valutazioni dei servizi di intelligence israeliani e statunitensi, al momento dell’inizio della crisi più recente Teheran disponeva di circa mille missili balistici pronti all’uso. Se le stime sugli attacchi degli ultimi giorni sono corrette, una parte consistente di questo arsenale sarebbe già stata utilizzata.

Nei primi tre giorni di combattimenti Israele ha dichiarato di aver intercettato circa 200 missili iraniani. Con il passare dei giorni il numero degli ordigni lanciati potrebbe essere salito intorno a quota 300. Per avere un termine di paragone, durante la guerra dello scorso giugno l’Iran ne aveva utilizzati circa 500 in dodici giorni. Il ritmo degli attacchi appare quindi più elevato rispetto al passato.

 

Come riportato dal “Corriere della Sera”, che ha ricostruito le stime circolate tra analisti militari e fonti di intelligence, se queste cifre fossero confermate una parte significativa delle scorte iniziali iraniane sarebbe già stata impiegata o distrutta prima del lancio, riducendo potenzialmente la capacità offensiva nel medio periodo.

Ma il numero di missili disponibili non è l’unico fattore determinante. Gli analisti militari sottolineano un altro elemento decisivo: i lanciatori.

Un Paese può possedere centinaia o migliaia di ordigni, ma senza piattaforme di lancio operative diventa difficile utilizzarli. In questo senso Israele e gli Stati Uniti stanno cercando di colpire proprio queste infrastrutture. I caccia e i sistemi di ricognizione cercano di individuare i lanciatori mobili non appena entrano in funzione, con l’obiettivo di distruggerli rapidamente.

Per ridurre il rischio, l’Iran avrebbe spostato parte delle operazioni su strutture sotterranee e postazioni fisse. Queste installazioni sono più protette ma anche più facilmente individuabili una volta scoperte. Per neutralizzarle sono entrati in azione bombardieri strategici americani, dotati di ordigni progettati per penetrare in profondità nel terreno e nelle strutture fortificate.

 

Un altro elemento fondamentale riguarda la capacità di produzione. Secondo valutazioni statunitensi, l’Iran sarebbe in grado di produrre fino a cento missili balistici al mese, oltre a migliaia di droni.

La costruzione dei missili più sofisticati richiede però componenti e materiali difficili da reperire a causa delle sanzioni internazionali, soprattutto per i modelli a combustibile solido. I missili a combustibile liquido, invece, sono più semplici da realizzare e richiedono tecnologie meno avanzate.

Alcune componenti sensibili, in particolare nei sistemi di guida, potrebbero arrivare dall’estero attraverso reti di approvvigionamento che aggirano le restrizioni internazionali. Il resto della produzione è in gran parte domestico. Accanto ai missili balistici, l’altro pilastro dell’arsenale iraniano è rappresentato dai droni kamikaze della famiglia Shahed. Si tratta di velivoli relativamente semplici e poco costosi, con un prezzo medio di circa 50 mila dollari. Trasportano una carica esplosiva che può arrivare a decine di chilogrammi e vengono utilizzati in grandi quantità per saturare le difese avversarie.

La loro efficacia non deriva tanto dalla potenza distruttiva quanto dal rapporto tra costi e risultati. Intercettare uno di questi droni con sistemi avanzati di difesa aerea può richiedere missili dal valore di milioni di dollari. Questo squilibrio economico rende la difesa molto più costosa dell’attacco.

Gli Shahed sono stati utilizzati negli ultimi anni anche dalla Russia nella guerra contro l’Ucraina e rappresentano oggi uno degli strumenti principali della cosiddetta guerra asimmetrica.

In definitiva, il confronto tra Israele, Stati Uniti e Iran non si gioca soltanto nei cieli del Medio Oriente. Una parte decisiva della partita riguarda la capacità industriale dei Paesi coinvolti.

Da una parte ci sono le difese aeree avanzate e i bombardamenti mirati contro infrastrutture e lanciatori. Dall’altra la produzione continua di missili e droni a basso costo.

Il risultato è una competizione che non riguarda solo gli arsenali già disponibili, ma anche la velocità con cui ciascun attore è in grado di ricostruirli. In una guerra moderna, infatti, la linea del fronte passa sempre più spesso attraverso le fabbriche.

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