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Usa, ecco la mappa degli obiettivi strategici per colpire l’Iran: porti, raffinerie e impianti
Al centro del dibattito geopolitico c’è una mappa che circola nei think tank americani, prodotta dalla Fondazione per la Difesa delle Democrazie (FDD): «Possible Targets in Iran: Regime Infrastructure». In cima alla lista, Teheran stessa: la residenza ufficiale del Leader Supremo Ali Khamenei (Beyt-e Rahbari), il mausoleo di Ruhollah Khomeini (simbolo ideologico intoccabile), il Ministero della Difesa e il quartier generale delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) a Thar-Allah, responsabile della sicurezza interna e della repressione delle proteste. Più a nord, il quartier generale Khatam-al Anbiya, il braccio ingegneristico e contrattuale dell’IRGC, e la sede del Ministero dell’Intelligence. Spostandosi verso sud, il cuore economico: le raffinerie petrolifere. Abadan, la più grande del Paese, produce 17 milioni di litri di benzina al giorno e copre gran parte del fabbisogno domestico; Esfahan, la seconda per capacità; Bandar Abbas, che genera il 35% della benzina consumata internamente; ShahrzadArak e Tehran Oil Refinery. Poi i porti e i terminali: Kharg Oil Terminal, principale hub per l’export di greggio con capacità di stoccaggio oltre 20 milioni di barili; il porto di Shahid Rajaei, che gestisce il 50% del commercio estero iraniano; Imam Khomeini Port e Mahshahr Port, collegati alla rete ferroviaria per petrolio e prodotti petrolchimici; Chabahar, l’unico porto oceanico. E il South Pars Field, il gigantesco giacimento gasiero condiviso con il Qatar, fulcro dell’energia iraniana.
Questi non sono obiettivi casuali: colpirli significherebbe strangolare le entrate del regime, limitare il finanziamento dei proxy (Hezbollah, Houthis, milizie irachene) e indebolire la capacità di repressione interna. A fronte di questa mappa del potenziale danno, si staglia lo schieramento militare alleato. Gli Stati Uniti dominano con oltre 482 velivoli totali: 57 tanker/refueler, 418 fighter/attack, piattaforme ISR, AEW. La flotta navale include una Carrier Strike Group (CSG) con portaerei, 9 destroyer, 2 sottomarini e oltre 16 altre navi. Il Regno Unito aggiunge 11 Typhoon e un Voyager tanker. Israele schiera un arsenale impressionante: 173 F-16C/I, 66 F-15, 45 F-35I stealth, 7 Boeing 707 e 6 KC-130H per rifornimento aereo. Nelle ultime ore lo schieramento si è intensificato. La USS Abraham Lincoln Carrier Strike Group, ridiretta dal Mar Cinese Meridionale, è in transito verso il Golfo di Oman e il Golfo Persico, con arrivo previsto nei prossimi giorni. Bombardieri B-52 Stratofortress della Bomber Task Force sono atterrati ad Al Udeid Air Base in Qatar, la più grande base USA in Medio Oriente. Squadroni di F-15E Strike Eagle sono stati trasferiti in teatri regionali per rafforzare le opzioni di strike a lungo raggio.
Le basi alleate sono cruciali: Al Udeid (Qatar) come hub logistico e aereo; Prince Sultan Air Base in Arabia Saudita per difesa aerea e supporto; basi negli Emirati Arabi Uniti per intelligence e operazioni; Muwaffaq Salti Air Base in Giordania come piattaforma stabile per lanci forward. Bahrain ospita la Quinta Flotta USA; Kuwait e Oman forniscono accesso portuale e logistico. Rapporti israeliani indicano che Giordania e UAE forniranno intelligence, logistica e supporto missilistico in caso di azione. Parallelamente, il traffico aereo civile subisce contraccolpi: KLM ha sospeso sorvoli e voli verso Israele, Arabia Saudita, UAE e altri; Lufthansa, Swiss e Austrian hanno cancellato per Teheran, Tel Aviv, Amman e Dubai fino a fine marzo; United Airlines e Air Canada hanno interrotto collegamenti con Israele; Air France ha ripreso Dubai ma monitora; Emirates ha tagliato rotte per Iraq, Giordania, Libano e Iran. Donald Trump ha definito questa forza «un’armata» in rotta verso l’Iran, sottolineando: «Locked and loaded per proteggere i protesters», pur sperando di non doverla usare.