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Iran, oggi sarà impiccato Erfan Soltani: il punto di non ritorno degli ayatollah
Continuano le proteste in Iran conro il regime degli ayatollah che reprime il dissenso nel sangue: le stime degli organismi indipendenti riportano migliaia di vittime mentre il Paese entra nel sesto giorno di blackout totale di internet, un dato che non può che rappresentare un'ulteriore conferma del fatto che la Repubblica islamica stia attraversando le ore più drammatiche dalla sua fondazione nel 1979. Quella che era iniziata come una serie di proteste isolate si è trasformata, in poco più di tre settimane, in una sollevazione popolare di portata nazionale che mette seriamente a rischio la sopravvivenza del sistema teocratico guidato da Ali Khamenei. Mentre le strade di Teheran e delle principali città iraniane diventano teatro di scontri violentissimi, la crisi è approdata anche sul piano diplomatico internazionale, innescando un durissimo botta e risposta tra Washington e Pechino, con l'ombra di un intervento militare da parte americana che si fa sempre più concreta.
Intanto il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni-Ejei, ha annunciato in un video condiviso online dalla televisione di Stato iraniana che ci saranno processi rapidi ed esecuzioni per coloro che sono stati arrestati durante le proteste nazionali, nonostante l'avvertimento del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. "Se vogliamo fare qualcosa, dobbiamo farlo ora. Se vogliamo fare qualcosa, dobbiamo farlo rapidamente", ha detto, "se aspettiamo troppo, due o tre mesi dopo, non avrà lo stesso effetto. Se vogliamo fare qualcosa, dobbiamo farlo in fretta". Le dichiarazioni di Mohseni-Ejei arrivano dopo che alcuni attivisti hanno avvertito che le impiccagioni dei detenuti potrebbero avvenire a breve.
In questo contesto cresce il timore per Erfan Soltani, il 26enne iraniano arrestato l'8 gennaio durante le proteste a Fardis, nei pressi di Teheran, e la cui impiccagione è prevista per oggi. L'organizzazione curda Hengaw per i diritti umani ha sottolineato che non sono state spiegate alla famiglie le accuse a carico di Soltani e teme che ci siano altri casi come il suo, di cui non si ha notizia anche per il blocco di Internet.
Il presidente americano Donald Trump ha promesso di intervenire contro l'Iran nel caso in cui fossero eseguite pene capitali nei confronti dei manifestanti. In vari messaggi sul suo social network, Truth Social. Trump non si è limitato a esprimere solidarietà ai manifestanti, ma ha esplicitamente incoraggiato il rovesciamento del regime: "Continuate a lottare, gli aiuti sono in arrivo", ha dichiarato il tycoon, lasciando volutamente vago il tipo di supporto (militare, logistico o economico) che Washington intende fornire.
Un elemento di novità assoluta in questa crisi è il ruolo attivo di Reza Pahlavi, figlio dell'ultimo Scià, in esilio da decenni. In un appello diffuso nelle prime ore di oggi, Pahlavi si è rivolto direttamente alle forze armate: "Voi siete l'esercito nazionale dell'Iran, non l'esercito della Repubblica Islamica. Unitevi ai vostri compatrioti senza indugio". Il richiamo di Pahlavi alla defezione dei militari punta a colpire il pilastro su cui poggia il potere dell'Ayatollah. Se l'esercito regolare dovesse rifiutarsi di sparare sulla folla, il regime rimarrebbe protetto solo dai Pasdaran (le Guardie della Rivoluzione), aprendo scenari di guerra civile o di un rapido collasso delle istituzioni centrali. Facendo eco a Trump, Pahlavi ha ribadito che "il mondo sta rispondendo" e che il tempo per il regime è ormai scaduto. I dati forniti dalle organizzazioni per i diritti umani con sede negli Stati Uniti descrivono una situazione apocalittica: oltre 18.000 persone sono state arrestate nell'ultimo mese e la repressione è diventata "brutale e sistematica". La minaccia di esecuzioni di massa sembra essere l'ultima carta in mano a una leadership che appare isolata e spaventata dalla determinazione della piazza.