Un anno di Donald Trump alla Casa Bianca: ha rivoluzionato l'America
Cuba, Groenlandia, Iran, poi il risiko per gli Usa dovrebbe essere finito. Dall’altra parte Putin prende l’Ucraina e la Cina Taiwan. Con questi scenari geopolitici si chiude il primo anno di Donald Trump alla Casa Bianca. Un anno di sconvolgimenti politici, economici e sociali. Un obiettivo: ridefinire l’ordine mondiale. Con i dazi in economia e con l’affermazione potente della supremazia americana in politica estera.
Due i filoni: 1) soldi, soldi, soldi, per rafforzare economicamente gli Usa; 2) difesa strenua dell’Occidente e dei suoi valori. Tra Cina e Russia non ci sono dubbi da quale parte stare: quella dell’America. L’alternativa sarebbe soccombere. Più che sovvertitore, come a tanti piace definirlo, Trump difende la democrazia. Una democrazia che si rinnova attraverso le sfide che si trova ad affrontare. L’Europa vorrebbe tanto svolgere il suo ruolo ma purtroppo non ne ha la forza. I primi dodici mesi di amministrazione Trump si chiudono con un bilancio che altro non è che il programma elettorale: ha fatto quello per cui si era impegnato e su cui ha avuto il voto dei cittadini americani. E il massimo della trasparenza: tutto ampiamente comunicato, con conferenze stampa continue direttamente nello Studio Ovale, a bordo dell’Air Force One o a Mar-a-Lago in Florida, divenuta il centro nevralgico del nuovo mondo.
In politica estera, è fresco l’arresto di Nicolas Maduro ma resta aperta la ferita della guerra in Ucraina, che Trump non riesce a fermare. Sarà il 2026 l’anno buono? Lo speriamo tutti. Anche per l’inizio della ricostruzione a Gaza, dopo che il 2025 ha segnato la fine dei combattimenti nella Striscia. Uno schema e prodromi all’estensione degli Accordi di Abramo stipulati dallo stesso Trump nel 2020 e volti alla stabilizzazione di tutta l’area mediorientale con il coinvolgimento non solo di Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain ma anche di Arabia Saudita, Kazakistan e Qatar. L’arresto di Maduro, poi, ha reso esplicito un altro obiettivo: affermare la potenza degli Stati Uniti in tutto il continente americano. Da un lato in risposta alle mire espansionistiche di Cina e Russia in America Latina, dall’altro come «avvertimento» a Nord: Canada e Groenlandia. In economia, appena calata l’attenzione sul Venezuela, è pronto un colpo di scena, anche in vista delle elezioni di medio termine del prossimo novembre: con le maggiori entrate generate dai dazi nel 2025, oltre 300 miliardi, Trump invierà un assegno di duemila dollari agli americani che hanno i redditi più bassi, così da restituire loro il potere d’acquisto perso a causa dell’inflazione.
Ma questo è solo l’effetto del primo anno: dal 2026 i dazi e gli accordi conseguenti che sono stati fatti bilateralmente con i diversi Paesi saranno a regime, e così anche gli introiti. Questi ultimi saranno utilizzati non più quindi per misure una tantum come l’assegno straordinario ma in via strutturale per ridurre le imposte sui redditi personali. Anche questo era scritto nel programma e chiaro fin da subito: l’obiettivo finale è ridurre al minimo le tasse per gli americani e riscuotere la maggior parte delle risorse che servono per finanziare il bilancio Usa dai dazi. Con contestuale graduale chiusura dell’agenzia che si occupa della riscossione delle imposte interne e sostituzione della stessa con un’agenzia della riscossione delle imposte che gravano su enti e società non americane. Le borse, quella Usa e quelle mondiali, che sarebbero dovute crollare secondo le previsioni di analisti guidati più dall’ideologia che dalla reale osservazione dei mercati, sono invece cresciute su base annua. Due esempi su tutti: Wall Street +17%, Borsa Italiana +30%. L’andamento del dollaro, che pure destava preoccupazione, si è stabilizzato al livello della prima amministrazione Trump, a dimostrazione che anche su questo c’è un obiettivo definito di tasso di cambio. Il Pil nel terzo trimestre del 2025 (ultimi dati disponibili) si è attestato al 4,3%, superiore alle attese.
Quella di Trump non è follia, ma una strategia ben definita: rilanciare l’industria americana ponendo fine alle delocalizzazioni degli ultimi decenni che hanno portato le aziende a produrre dove per i più svariati, e poco nobili, motivi costava meno, arricchendo quei Paesi, in primis la Cina. Il rilievo che viene fatto è che così i prodotti costeranno di più e gli americani potranno comprarne di meno. «Ma perché una bambina deve avere dieci Barbie? Ne basta anche una, prodotta da operai americani con stipendi dignitosi che spendono negli Usa», è la linea di Trump. Con la globalizzazione si è esagerato e anche i bisogni delle persone sono esplosi, fino a perdere di vista il valore vero delle cose. Ridimensionare il tutto vuol dire valorizzarlo. Ragionamento che però, a onor del vero, il Presidente Usa non sembra fare con le imprese americane giganti del tech, che difende a spada tratta anche nei confronti delle regole europee in nome non solo del profitto ma anche dell’avanzamento tecnologico e dello sviluppo dell’intelligenza artificiale.
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