Decapitato o bruciato: il sondaggio dell'Isis
All'orrore non c'è mai fine. Dopo le esecuzioni degli ostaggi e l'uccisione di combattenti volontari "pentiti", i terroristi dell'Isis tornano a seminare il terrore. Lunedì su Twitter, con l'hashtag...
All'orrore non c'è mai fine. Dopo le esecuzioni degli ostaggi e l'uccisione di combattenti volontari "pentiti", i terroristi dell'Isis tornano a seminare il terrore. Lunedì su Twitter, con l'hashtag "suggerisci un modo per uccidere quel maiale del pilota giordano", lo Stato islamico ha lanciato un sondaggio-choc per chiedere ai propri sostenitori come uccidere il soldato giordano del caccia della coalizione internazionale, abbattuto dai militanti islamisti il 24 dicembre nel nord della Siria. In poco tempo migliaia di follower hanno risposto alla campagna lanciando proposte tra le più varie. Si passa dalla "classica" decapitazione fino all'uccisione dopo una lunga tortura. Insomma, i seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi, sparsi in tutto il mondo, hanno raccolto il macabro appello. Ieri, poi, sulla rivista Dabiq, il magazine ufficiale dei terroristi, è stata pubblicata un'intervista allo stesso pilota in cui l'uomo è consapevole della sorte che lo attende. "So che verrò condannato a morte", dice il 26enne rispondendo all'ultima domanda dei suoi aguzzini. Un gioco perverso e terribile, dunque, portato avanti dagli jihadisti dello Stato islamico che continuano a combattere una guerra non convenzionale basata sul terrorismo psicologico. "Il mio nome è Muadh Yusuf al-Kasasibah. Sono giordano, di al-Karak. Sono nato nel 1988 e ho 26 anni", dice il pilota all'inizio dell'intervista, durante la quale viene sempre indicato come "apostata". Al-Kasasibah parla brevemente della sua formazione e del suo percorso nelle forze armate giordane per poi arrivare alla questione del suo ruolo nei raid e in particolare della missione che era stato chiamato a svolgere prima di essere abbattuto. "Eravamo stati informati della missione il giorno prima alle 16. Il nostro ruolo era distruggere qualsiasi arma contraerea e fornire copertura in caso fossero comparsi jet nemici", racconta il pilota giordano. L'intervista è aperta da una sua immagine con indosso la tuta arancione che ricorda quella dei detenuti a Guantanamo e che ormai è diventata un simbolo per i prigionieri in mano all'Isis. Ancora una volta, dunque, il Califfato usa la Rete e in particolare i social network per diffondere messaggi di morte al mondo e per fornire la sua versione dei fatti. Come ha raccontato lo stesso pilota giordano nell'intervista pubblicata su Dabiq, l'aereo è stato abbattuto da un missile. "Ho udito e sentito il colpo - si legge - l'altro pilota giordano nella missione mi ha contattato e mi ha detto che ero stato colpito e che il fuoco proveniva dal motore posteriore". La versione, però, contrasta con quanto affermato nei giorni scorsi dalle autorità giordane e americane, che avevano smentito l'abbattimento del caccia da parte degli jihadisti con un missile. Amman ha preferito non commentare, mentre nel Paese si moltiplicano le iniziative a favore del pilota giordano, il primo della coalizione internazionale a guida Usa a essere catturato in un'azione contro l'Isis.
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