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A Hong Kong la rivoluzione degli ombrelli paralizza la città

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Il governatore Leung rifiuta di dimettersi e chiede agli occupanti di liberare le strade. Ma Occupy Central resiste. Continuano le proteste contro la riforma delle elezioni che imporrà candidati graditi a Pechino

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Continuano le proteste a Hong Kong nonostante la pressione cinese stia cominciando a diventare sempre più insostenibile. Studenti, lavoratori, professionisti continuano ad affluire in massa nelle strade della città, manifestando contro la decisione di imporre candidati graditi a Pechino per le prossime elezioni. La lotta è dura. Ma i ragazzi non danno segni di cedimento, anche se da parte cinese è stato dato il chiaro segnale che non si intende mollare. Per ora i protestanti si accampano ovunque capiti: per strada, nei campi, nei prati. Persino nei centri commerciali. Indossano guanti di gomma e occhiali per proteggersi dai lacrimogeni della polizia. Il timore è che le forze dell'ordine adesso intensifichino gli scontri per arrivare a una conclusione il più veloce possibile di quella che sta diventando una situazione imbarazzante a livello mondiale, ma anche sul piano economico, tenendo presente che gli organizzatori delle proteste hanno assicurato di voler paralizzare la city di Hong Kong. Finora le persone ferite negli scontri sono oltre cinquanta e 86 gli arresti. Il capo del governo locale, Leung, ha vigorosamente chiesto agli occupanti di liberare le strade entro martedì, per ragioni di sicurezza, ma le sue richieste sono rimaste inevase. «Le strade principali sono utilizzate dai vigili del fuoco e dalle ambulanze. Loro non possono prendere scorciatoie – ha detto Leung – quindi vi chiediamo di essere ragionevoli». Ma per i ragazzi e gli imprenditori scesi in piazza sono molto più importanti le elezioni della viabilità. «Tutti i candidati saranno scelti da Pechino, più o meno come per la Corea del Nord», ha spiegato un organizzatore delle proteste, Chan Ki, alla Cnn. «Ma noi non vogliamo. Siamo una generazione giovane. Conosciamo i nostri diritti, abbiamo studiato i diritti civili e i diritti politici. E vogliamo che la nostra voce sia tenuta in considerazione». Hong Kong avrebbe dovuto tenere elezioni libere per il loro capo, chiamato Chief Executive, che tradotto starebbe per “amministratore delegato”, per la prima volta nel 2017. Era parte di un accordo preso tra la Gran Bretagna e la Cina, quando Hong Kong le fu restituita nel 1997. Le elezioni saranno importanti perché al momento, i leader del paese sono eletti da una commissione di 1200 membri legati a Pechino. Ma il mese scorso la Cina ha scelto un giro di vite, dichiarando che avrebbe permesso di candidarsi solamente ai politici lealisti. Una presa di posizione che era in contraddizione con gli accordi presi in precedenza. Leung ha detto che la Cina non retrocederà dalle sue decisioni su Hong Kong. «Secondo la legge, noi abbiamo un voto per ogni persona». Ha dichiarato Leung. «Io capisco che il suffragio universale sia qualcosa di diverso da quello che il popolo pensi sia – ha detto sempre Leung -. Ma è legale. Noi vogliamo che la situazione resti calma, e che si pensi a cosa sia meglio per il paese». Per ora i protestanti vogliono le sue dimissioni. «La soluzione più semplice è un passo indietro di Leung. Sbloccherebbe tutta la situazione». Lo ha detto Novelle Vong, una manifestante. «Ma siccome non è cambiato niente. Allora ci sarebbe solamente un altro reggente». La situazione è diventata ancora più incandescente da quando nel week end ai manifestanti si sono aggiunti i sostenitori del gruppo Occupy Central with Love and Peace: un movimento che ha già un programma di disobbedienza civile contro la decisione del governo cinese. Ma non tutti gli abitanti di Hong Kong sono favorevoli alle proteste. Il gruppo «Maggioranza silenziosa per Hong Kong» ha dichiarato che metterà a soqquadro il paese per creare il caos. Hanno i loro alleati nei media e possono controbattere a tutte le posizioni dei manifestanti di Occupy Central. Inoltre, possono puntare anche sull'allarmismo economico che un attacco alla City del paese potrebbe scatenare negli investitori stranieri e locali. Quello che sta accadendo a Hong Kong è particolare, se non eccezionale. I protestanti hanno portato il caos nel centro del più gigantesco hub affaristico dell'Asia. Martedì, 37 grandi aziende o uffici, 21 banche erano chiusi. Inoltre i bancomat erano stati spenti in molte zone della città. Per sicurezza, è stata cancellata l'annuale festa cinese del “National Day”, che si sarebbe dovuta concludere con una parata pirotecnica. Secondo gli analisti esiste una vaga speranza che si possa trovare un accordo tra gli attivisti e la Cina. Ma stiamo parlando del paese che ha schiacciato senza mezze misure le rivolte di piazza Tiananmen nel 1989. Molti ancora rimangono scettici.

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