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Niente panico per l'energia. Tra carbone e più gas nel Tap c'è già un piano d'emergenza contro qualunque crisi

Filippo Caleri
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Nessun panico per la crisi energetica che rischia di investire il nostro Paese causa guerra nel Golfo. C’è sempre un piano B. Che non consiste nel rimettere in funzione il tubo che porta metano dalla Russia o nel rifornirsi di petrolio dalle navi ombra che girano nei mari per conto di Putin in cerca di affari, ma che è basato su una serie di opportunità già presenti: iltemporaneo ritorno al carbone e la possibilità di accelerare l’utilizzo della capacità di trasporto del metano dall’Azerbaijan attraverso il Tap (Trans adriatic pipeline). Sul primo, e cioè il ricorso al carbone, la soluzione di usare gli impianti in via di chiusura per ossequio al Green deal, per tamponare le emergenze, non è nuova. Ci aveva già pensato il governo Draghi, che da agosto 2022 a settembre 2023 pianificò la massimizzazione della produzione di energia dal fossile per ridurre l’uso digas diventato più raro e costoso a causa della crisi ucraina. Una situazione non ripetibile.


All’epoca l’Italia poteva contare su cinque centrali a carbone: Fusina, Civitavecchia, Brindisi e due impianti sardi a Sulcis e Fiumesanto (che allora come oggi operano però in un regime diverso avendo un ruolo essenziale per il sistema). Oggi il sito di Fusina è definitivamente chiuso, mentre ormai da mesi si discute di mantenere le centrali di Brindisi e Civitavecchia nella fase di «riserva fredda» cioè pronte a funzionare in caso di emergenze geopolitiche. Insieme le due centrali possono immettere nel sistema una potenza paria 3,6 Gigawatt. Oggi i due siti sono spenti perché, per entrare in funzione, sarebbe necessario rivedere l’Autorizzazione integrata ambientale, scaduta il 31 dicembre 2025, e il Pniec (il Piano energetico nazionale) che ne imponeva la chiusura alla fine dell’anno scorso.


Ora, però, il conflitto in Iran ha ricambiato le carte in tavola. E ieri anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Pichetto Fratin, ha di fatto confermato il potenziale utilizzo delle due centrali: «Ritengo siano strategiche. Credo che oggi, più che mai, non ci siano contestazioni sul fatto che possano essere strategiche perché se il prezzo del gas cresce ancora di 10-15 euro forse è il caso di porsela, la questione, cioè di attivarle come scorta di riserva energetica alla luce delle tensioni internazionali». In prospettiva però ci sarebbe anche un’altra partita da giocare per smorzare gli effetti più duri di un eventuale aggravamento della crisi iraniana. Ed è la possibilità di aumentare il gas che arriva dal mar Caspio attraverso il Tap. Un gasdotto concepito e costruito con una capacità di trasporto di 20 miliardi di metri cubi all’anno e che attualmente ne trasporta solo 11,2. C’è un margine di 8,8 miliardi di metri cubi che può essere usato per sopperire a eventuali mancanze di forniture. Il meccanismo non è semplice. L’ultimo incremento di capacità, pari a 1,2 miliardi, iniziato dal primo gennaio scorso, è il frutto di un cosiddetto market test avviato nel 2021. Una complessa procedura, simile a un’asta, che consente agli operatori energetici di opzionare quote di gas aggiuntivo da trasportare. Serve dunque un reale interesse economico di chi vende gas a comprare e usare quote di trasporto incrementali. E infatti i test svolti successivamente (nel 2023 e 2025) non hanno riscontrato nessuna richiesta. Segno di un mercato che aveva comunque trovato un equilibrio di prezzo e figlio, anche di ragionamenti geopolitici legati alle rotte americane del Gas naturale liquefatto. La guerra e i prezzi schizzati improvvisamente in alto, ma anche la nascente richiesta di un surplus di energia di grandi consumatori come l’Ai e i Data center, potrebbero accelerare lapossibilità di spingere più gas nel Tap.


Gli azeri che caricano il tubo, di recente, hanno confermato la volontà di aumentare l’estrazione di metano di altri 10 miliardi di metri cubi l’anno. L’offerta ci sarebbe dunque, e la domanda potrebbe ora più facilmente incrociarla. Non sarebbe immediato, certo. Per pompare più gas liquido occorrerebbe costruire impianti di pressione in Albania e in Grecia, dove le aree per ospitarle sono già predisposte. Nella massima emergenza in pochi mesi le stazioni potrebbero essere operative. Così se la crisi si prolungasse o qualche fornitore attuale dell’Italia trovasse più conveniente esportare altrove, un piano B potrebbe essere attivato con tempi celeri salvando gli italiani dal blackout o dal salasso del portafoglio.

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