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Siena, Monte dei Paschi ad un passo dal salvataggio. Arriva il via libera all'aumento di capitale

Filippo Caleri

Ultimo passaggio oggi a Siena per il salvataggio del Monte dei Paschi. Si apre, infatti, l'assemblea straordinaria dell'istituto per l'approvazione dell'operazione da parte dei soci che ha già ricevuto il via libera della Banca centrale europea lo scorso 5 settembre. Se l'ok dell'assemblea non è in discussione, visto il controllo esercitato dal Tesoro, che detiene il 64,2% del capitale, il vero nodo è la realizzazione dell'aumento. L'azionista pubblico garantirà la propria quota, circa 1,6 miliardi di euro, ma la banca dovrà trovare sul mercato i 900 milioni mancanti. A questo scopo l'ad Luigi Lovaglio ha mantenuto nelle ultime settimane i contatti con gli investitori istituzionali, ed è pronto a partire nei prossimi giorni per un roadshow nelle tradizionali sedi estere della finanza per raccogliere le adesioni. L'intenzione è quella di convincere degli «anchor investor» e cioè gli investitori stabili pronti a dare fiducia al piano mettendo un chip in un'ottica di medio termine per dare stabilità alla banca. Il punto fondamentale da sciogliere è quello del prezzo di emissione delle nuove azioni.

 

  

 

Attualmente i titoli sono trattati a 0,36 euro, e negli ultimi sei mesi la quotazione ha perso il 61%. La capitalizzazione totale ammonta così oggi a 365 milioni circa e rappresenta quindi una frazione dell'aumento da eseguire. Non è una situazione normale. Perché in queste condizioni, e cioè con prezzo così basso, è difficile anche offrire in sottoscrizione i titoli a forte sconto, con il rischio di oscillazioni speculative del prezzo delle azioni e dei diritti. Per questo l'ideale sarebbe partire già con una base di investitori e Lovaglio vorrebbe concludere l'operazione nel più breve tempo possibile, se possibile già nel giro di un paio di mesi, a novembre, anche per chiudere senza criticità la partita degli esuberi. La situazione del titolo però è stata oggetto di analisi da parte degli osservatori dei mercati: troppe le anomalie negli scambi soprattutto nel tirare in basso le quotazioni. Una cosa che non avrebbe un senso logico a livello industriale. La banca senese ha un potenziale commerciale enorme, è fortemente radicata in un territorio ricco, e potrebbe sviluppare un fatturato molto più elevato se avesse «più fieno in cascina», cioè più fondi. Quelli che Lovaglio cerca.

 

 

In altre parole un calo dei corsi azionari non avrebbe senso. Insomma una speculazione per certi versi sospetta e che avrebbe potuto portare anche a far saltare l'aumento di capitale. Fondi e società e vendono titoli sul mercato lucrando sugli arbitraggi tra i valori, dunque fanno il loro lavoro che è quello di fare soldi. Ma è chiaro che un attacco molto più forte sul titolo, in grado di dissuadere i grandi investitori, avrebbe potuto innescare anche una partita politica oltre a quella economica e finanziaria. Sfumata la ricapitalizzazione qualche altro grosso istituto italiano o anche estero ma interessato allo sviluppo nello Stivale avrebbe fatto una mossa per portarsi a casa il boccone di Siena senza spendere troppo, o come già accaduto anche nulla. In fondo il consolidamento del sistema bancario non si è concluso. Manca un terzo player da contrapporre ai due big: Intesa Sanpaolo e Unicredit. E la lista di pretendenti pronti a raccattare a prezzo di saldo la polpa, che nel Monte è rimasta, è lunga. Chi poteva è rimasto dunque alla finestra in attesa di qualche intoppo che vanificasse lo sforzo di Lovaglio nel tirare fuori dalle secche Rocca Salimbeni. Un'attesa finora vana. L'attuale ad ha tirato dritto e, chi ha pensato di approfittare di qualche debolezza, per ora, resta a bocca asciutta.