Il destino del duca di Wellington
Le coincidenze che legarono la sua vita a quella di Napoleone Fu il «vecchio nasone» a sconfiggere il corso a Waterloo
L'uomo che avrebbe sconfitto Napoleone nella battaglia di Waterloo e avrebbe, in tal modo, bloccato le aspirazioni egemoniche della Francia sul vecchio continente era quasi coetaneo dell'imperatore dei francesi. Il «duca di ferro» o il «vecchio nasone» - così sarebbe stato soprannominato, in seguito, sir Arthur Wellesley, duca di Wellington - era nato, infatti, a Dublino il 1° maggio 1769, due mesi e mezzo prima che il suo futuro avversario vedesse la luce nell'isola di Corsica. Si tratta, naturalmente, soltanto di una coincidenza: i due uomini ebbero destini diversi. L'imperatore dei francesi, dopo la sconfitta di Waterloo, finì i suoi giorni nell'esilio nella remota isola di Sant'Elena circondato da pochi fedelissimi con i quali passava il tempo ricordando i fasti trascorsi e a cercando di farne tramandare una immagine mitica. Wellington, invece, si dedicò alla carriera politica, diventando uno degli esponenti più importanti dei tories, i conservatori inglesi, e guidando il governo, come primo ministro, per due volte, nel 1828 e nel 1834). Eppure, al di là delle differenze, qualche cosa di comune ci fu nel destino dei due uomini. Entrambi, nei loro Paesi ma anche altrove, vennero idolatrati ma anche detestati. Tutti e due erano, in fondo, signori della guerra e, alla fin fine, si stimavano. Non è un caso che il duca di Wellington, acclamato come un eroe, si oppose con tutta la sua energia, durante il Congresso di Vienna, perché fosse evitata una condanna a morte, caldeggiata soprattutto dai prussiani, per il proprio avversario. Alla figura e alla personalità del vincitore di Napoleone, un grande scrittore e poeta inglese, Richard Aldington, amico di Ezra Pound e di Thomas Stearn Eliot, dedicò nel 1943 una bellissima e coinvolgente biografia riproposta ora in italiano con il titolo «Il duca di Wellington» dalla casa editrice Castelvecchi. Si tratta di una biografia tutta godibile - scritta seguendo, sia pure idealmente, la lezione del grande Giles Lytton Strachey che innovò il genere biografico nell'Inghilterra moderna - nella quale il taglio scanzonato e irriverente, impreziosito da un intelligente uso dell'aneddotica, si combina con un rigoroso uso delle fonti all'epoca disponibili, a cominciare, naturalmente, dagli scritti memorialistici del duca. Dalle sue pagine emerge un ritratto vivo, pieno di chiaroscuri, della personalità di uomo presto assurto al rango di eroe nazionale. Arthur Wellesley era nato a Dublino da una famiglia della piccola nobiltà inglese da tempo stabilitasi in Irlanda. Durante gli anni giovanili, non ci furono segnali premonitori del suo destino. Almeno fino a vent'anni, o giù di lì, anzi, egli condusse, con grandi preoccupazioni della madre, una vita tutt'altro che esemplare divisa fra gioco d'azzardo, sbornie con gli amici, avventure sentimentali. Quando chiese la mano di miss Chaterine Pakenham (che avrebbe sposato molti anni dopo) la famiglia di lei respinse la proposta considerandolo un giovane inaffidabile e senza sicure prospettive. Ferito dal rifiuto, il giovane cambiò vita, bruciò il violino con il quale allietava le feste con i compagni di bagordi, rinunciò al gioco e all'alcool e si dedicò totalmente alla carriera delle armi. Fu la scoperta della sua vocazione. I successi si susseguirono e nell'arco di un decennio egli prese parte alle campagne militari nei Paesi Bassi e nelle Indie Orientali raccogliendo gloria e accumulando ricchezze. Rientrato in patria, iniziò a occuparsi di politica nelle file del partito conservatore, ma fu poi costretto a tornare alla attività militare durante le guerre napoleoniche. Fu un grande protagonista della lotta ingaggiata contro l'imperatore dei francesi: lo fu in Spagna, in Portogallo e in tanti altri campi di battaglia mietendo successi che ispirarono Beethoven e gli valsero il titolo di duca. Il suo nome rimase, però, legato soprattutto alla battaglia di Waterloo del 18 giugno 1815, una delle più sanguinose della storia militare del vecchio continente, le cui fasi e la cui importanza per il futuro dell'Europa sono state illustrate nel breve ma preciso studio di Henry Lachouque intitolato appunto La battaglia di Waterloo (Castevecchi), che offre un racconto incalzante di quell'episodio. Dopo la sconfitta di Napoleone, Wellington divenne un uomo politico di primo piano. Era fondamentalmente un aristocratico con atteggiamenti reazionari che gli valsero anche forti antipatie. Vestiva con grande eleganza, quasi da snob, ma non disdegnava, all'occorrenza, di mettere da parte gli speroni scintillanti. Il suo biografo Richard Aldington osserva acutamente che, per quanto possa sembrare paradossale, egli "era fondamentalmente più affine a uomini schietti, rudi, come Grant e Washington, che non agli esseri brillanti a cui era associato". E aggiunge che "il più sorprendente aspetto della sua intelligenza era un acuto senso comune che a lungo andare rasentava il genio o in ogni modo era capace di vincere il genio". Il suo lealismo alla Corona, la sua fedeltà sentimentale alla monarchia, comune a molti esponenti del conservatorismo inglese dell'epoca, era fuori discussione: in un suo dispaccio si legge: "io ho mangiato il sale del Re, e perciò reputo mio dovere servire con risoluto zelo e letizia, quando e ovunque il Re o il suo Governo possano giudicare opportuno impiegarmi". Sono parole che spiegano perché, nel giorno dei suoi solenni funerali, di fronte a una folla innumerevole e silenziosa, la regina Vittoria seguì l'intera cerimonia con il volto bagnato dalle lacrime.
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