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Borromeo e Casiraghi, nozze radical Chic

Casiraghi e Borromeo

La giovane "pasionaria" di sinistra ha scelto  il suo principe azzurro

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Che dire, di questo «Matrimonio dell'estate» su cui tutti quanti chiacchieriamo sotto l'ombrellone? Che sappiamo? Che si sono sposati Pierre Casiraghi, il rampollo dei rampolli, e Beatrice Borromeo, rampolla delle rampolle. Sappiamo che si amavano da sette anni, e in tempi di sentimenti fast-food questa è gia una notizia. Sappiamo che ieri, nei giardini di Palazzo Grimaldi, per il matrimonio civile Beatrice vestiva Valentino davanti a una settantina di convenuti (si sarà cambiata dopo per il picnic con settecento invitati? A saperlo...tocca informarsi), mentre per la prossima replica in forma religiosa, dalle parti di Rocca Borromeo, probabilmente sarà Giorgio Armani a confezionare l'abito per questa simpatica favolazza di matrimonio nobiliare jetsettistico internazionale. Sappiamo che la sposa, quinta figlia di Carlo Borromeo e nipotina di Marta Marzotto, è arrivata all'appuntamento con il suo signore dell'anello, nipote di Grace Kelly e Ranieri di Monaco, in Bentley, targata Monaco 0002 (chicchissima di più se fosse stata targata 007). Che altro sappiamo? Che dal 30 luglio al 2 agosto Rocca Borromeo sarà comprensibilmente chiusa alle visite - troppo capestio plebo rovinerebbe mura e pavimenti del magnifico evento - che gli sposi sono gran belli come e più del sole, molto eleganti, chiacchierati sotto la media e invidiati sopra la media. Per tale ragione nelle righe che seguono non troverete accenno alcuno di livore. Troppo facile. Pierre e Beatrice non li tocchi nessuno, noi ultimi inguaribili romantici, anche se maschietti, adoriamo queste cerimonie che neppure la mediatizzazione e la spettacolarizzazione contemporanee riescono a rovinare nella loro inarrivabile bellezza (tipo: mai una goccia di pioggia quando arrivano nozze incantate, mai un capogiro della mamma dello sposo o una stecca del soprano che canta, mai un filetto servito troppo cotto, mai un filo di sudore che imperla i volti perfetti di protagonisti, e così via. Alla perfezione si chiede solo di essere autentica). Dunque, si diceva, scordatevi l'ironia becera sulla giornalista di sinistra supernobile che predica (e scrive) bene e poi razzola nel rampollaio più prestigioso che possa esistere, complice pare una vacanza a Ponza nel 2008 che ha fatto innamorare Pierre e Beatrice come due borghesi qualunque di Roma nord al loro weekend in barca. Sì, certo, la biografia della Beatrice si presterebbe a facili interrogativi del genere: se non avesse avuto quel cognome, e se quel cognome non fosse stato rivestito di un sobrio e sfavillante charme, col cavolo che faceva la carriera che ha fatto. È vero che ha un master alla Columbia University, tempio mondiale della formazione giornalistica, e però...però...però sappiamo che Beatrice, prima in tv e in radio e adesso sulla carta stampata e nei documentari, sta e vive dalla parte degli ultimi. Siano essi migranti o vittime della criminalità organizzata. Sappiamo anche che Beatrice, se chiudessimo gli occhi o ignorassimo il potere seduttivo del cognome quando firma i pezzi, potrebbe apparirci nelle vesti di una candida pasionaria che combatte la destra dei privilegi, dei conflitti di interessi, della marmaglia antilegalitaria. La solita storiella verrebbe fuori della sinistra con il portafoglio a destra, e di quello splendido racconto autoironico del grande Ugo Gregoretti che, quando il funzionario Marchesi venne a chiedergli di prendere la tessera del Pci, cercò di schernirsi: «Sono inguaribilmente borghese. Bacio la mano alle donne sposate...Sono fatuo, maniaco dell'eleganza, fissato per le cravatte. Come può entrare nel Pci uno che ha duecento cravatte?...». Al che Marchesi gli rispose: «Il compagno francese Louis Aragon di cravatte ne ha quattrocento. E un centinaio di foulards». E l'Ugo si arrese: «Quand'è così, damme 'sta tessera». Ecco, la Beatrice non l'avrà mai vissuta una scena del genere, e non glielo chiederemmo mai perché l'adoriamo così. Il pensiero va a certi film anche vecchi, come «La terrazza» di Ettore Scola, o recenti, come «Passione sinistra» o «La bellezza dell'asino». L'Italia è piena di paladini dei più deboli che, finita la tenzone e placata la battaglia, alla sera tornano a dormire in attici prestigiosi e si nutrono solo di costosissimi cibi a chilometro zero e vini biodinamici. Troppo semplice prenderli in giro, i radical chic, i solidaristi terrazzati, i sinistri impaccati di soldi, è uno sport che ha annoiato al pari dei vecchi militanti dell'antiberlusconismo. Solo che sì, questo sì, certe volte queste nostre Giovanne d'Arco del progressismo più intransigente, dovrebbero imparare a prendersi meno sul serio, anche quando chiacchierano con i loro pari di quanto sono sfortunati quelli che abitano in quarta classe, nel mondo degli ultimi, e sorseggiano il nettare quotidiano di una vita fortunata e luccicante. E la Beatrice, che è già brava e simpatica, e accanto al suo Pierre già la vediamo una qualche futura creatura sicuramente splendida, diverrebbe bellissima e bravissima.

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