Cerca
Cerca
Edicola digitale
+

Vi racconto papà Enzo Jannacci

Paolo: voleva rinunciare alla musica dopo la censura a Canzonissima: "Lo credevano ateo, era un libero peccatore che dialogava con Dio"

  • a
  • a
  • a

C'è sempre una frase che il figlio non fa in tempo a dire al padre, prima che questi se ne vada. Oggi Enzo Jannacci avrebbe compiuto 80 anni.   Paolo, che vorrebbe dirgli? «Che Allegra, la mia bambina, cresce bene. E che tempo fa, in una passeggiata all'Idroscalo, dove c'è la piazza a lui dedicata, ha visto scritto il nome del nonno e si è commossa».   Invece quale frase di Enzo, delle migliaia nei vostri dialoghi, si porta scolpita nel cuore? «"Cerca sempre di avere rispetto per gli altri". Mi aveva inculcato il valore dell'eguaglianza. Già anni addietro, quando vedevamo le tragedie dei barconi in tv, si accalorava. "Vogliono sparare a questi poveretti??? Prima salviamoli, poi troveremo una soluzione". Parlava anche da medico: tolte le sovrastrutture politiche, sapeva che il suo dovere fosse in primo luogo quello di salvare vite».   A proposito: è notorio che Enzo, a un certo punto della sua carriera di chirurgo, sia andato in Sudafrica per lavorare con Barnard. Nell'ambiente musicale circolava la voce che fosse proprio Jannacci a lavorare concretamente sui trapianti, ma lui si schermiva. «Non saprei, non ne parlava neppure con noi. Era un grande clinico e un eccellente diagnosta. Visse sempre il rimpianto di quando i suoi colleghi non operarono per tempo mio nonno, malgrado le insistenze di papà. Si perse tempo prezioso e nonno morì».   Il nonno era stato uno degli eroi della Resistenza milanese. Enzo ci scrisse su la canzone "Sei minuti all'alba". «Era uno dei tanti che combattè per il suo Paese anche dopo la disfatta dell'esercito cui apparteneva. Di certo era un eroe per papà». Uno dei motivi che, anche dopo il successo, spinse Enzo a lasciare temporaneamente la musica per dedicarsi alla professione medica, fu la censura tv del '69 a "Canzonissima" su "Ho visto un re" con Dario Fo. «Ci restò malissimo. Un inno antimilitarista, per giunta da eseguire con il "maestro", come chiamava Fo. Considerava un delitto di lesa maestà mettere il bavaglio a quel pezzo. Impulsivo com'era, se ne andò in America a seguire un corso antishock di pronto intervento».   Lei, Paolo, è nato nel '72. Quand'era bambino chi frequentava di più la vostra casa? «Ho un bel ricordo di Carlo Hintermann, grande amico di papà. Morì falciato da un'auto in Sicilia. E poi l'ironia e l'ilarità di Gaber. Amava la notte come me. Mi vedeva trafficare in cucina a tarda ora e diceva: "Ancora giochi? Latte e biscotti a quest'ora?"».   Enzo e Giorgio, agli esordi in coppia come "I due corsari", contagiati insieme dal rock della prima ora. E dal teatro. Nel '90 tutti e due sul palco per "Aspettando Godot". Scherzando, Jannacci diceva: "Ma 'sto Beckett non fa ridere. Sai che palle per il pubblico"». «Fu un allestimento eccezionale, dal sapore ultraterreno. E dopo due o tre di show, dopo quel giro della morte, uscivano in scena per un paio di bis musicali, "La strana famiglia" e l'immancabile "Ho visto un re". Veniva giù il teatro, tra risate liberatorie». E i Caroselli realizzati da suo padre? Ricordo il fumetto di "Unca Dunca". «Ero troppo piccolo per vederli in tv. Lui se ne vergognava. Ma che male c'era, ben fatti com'erano?».   Stasera Sky Arte omaggerà la memoria di Enzo con il concerto-omaggio che lei, Paolo, porta in giro da quando è scomparso. «È un concerto permanente in cui suono le canzoni di papà, con una spruzzatina di sperimentazione jazz, in compagnia dei suoi musicisti storici: Sergio Farina, Paolo Tomelleri. Quella che manderà in onda Sky è la registrazione di una serata riuscita piuttosto bene, al Carroponte di Milano. Ospite speciale J-Ax, che già compariva nell'inedito postumo, "Desolato", di cui papà aveva scritto il testo e io le musiche». Ricorda le prime volte in cui suonaste insieme dal vivo? «Eccome! Era l'87 o '88, alla Darsena di Milano, su un barcone dietro Porta Ticinese. Che paura! Io avevo 17 anni, lui mi tirò sul palco e mi disse "forza". Come quando butti un ragazzino in mare. O affoga o impara a nuotare. Io sopravvissi. Ma peggio fu a un carnevale in Piazza Duomo, c'era un fiume di gente, fino a tutto il Corso Vittorio Emanuele. Papà notò la mia emozione e mi disse: "Sì, effettivamente c'è qualcuno, ma stai tranquillo". Ero pietrificato, non alzai mai gli occhi dalla tastiera».   A sua volta, papà aveva imparato tanti trucchi da pianista da Bud Powell, che gli diceva: "sei bravo con la mano destra, ma legatela dietro la schiena"». «Esatto. Alla fine degli anni Cinquanta erano amici, suonavano con Stan Getz, Gerry Mulligan, Chet Baker. Powell diceva a Enzo: "la tua destra vola via, ma è la mano sinistra che comanda, impara a gestire i bassi e gli armonici"». Nutriva nostalgia per la Milano mitizzata di quando era giovane? Quella bohémien dei locali e degli "ultimi"? «Sì, perché quella vita di ringhiera, la dimensione umana del bar dove incontri gli amici, a un certo punto è inevitabilmente sparita». Prima di morire, due anni fa, ammetteva con naturalezza di pensare a Dio, mentre tutti lo avevano a lungo considerato ateo. «Era un libero peccatore, l'entusiasmo lo portava a giocare con la vita. Ma aveva una sua sensibilità religiosa, diversa da quella di chi va a messa la domenica». Enzo diceva: "l'amore per una donna è un grande valore, ma per Paolo mi farei ammazzare". «Davvero? A me non lo disse mai, ma me lo faceva capire. Ed è lo stesso sentimento che provo per mia figlia, tramandato dal suo insegnamento. Quell'amore me lo fa sentire vivo, qui e ora. Per questo voglio che oggi sia una festa di compleanno, non una commemorazione».  

Dai blog