La religione del Belli Nel libro curato da Marcello Teodonio la verità sui sentimenti del Poeta
di Lidia Lombardi Ma quanto era religioso Gioachino Belli? Meglio, com'era la sua fede? Ci aiuta a fare lo slalom tra l'anima del maggiore poeta romanesco (Poeta con la maiuscola, capace di...
Ma quanto era religioso Gioachino Belli? Meglio, com'era la sua fede? Ci aiuta a fare lo slalom tra l'anima del maggiore poeta romanesco (Poeta con la maiuscola, capace di forgiare una vera e propria lingua) e il mare magnum dei suoi sonetti (2279, pari a 32 mila versi ovvero più del doppio di quelli della Divina Commedia) l'antologia delle rime dedicate dal sor Giochino al fondamentale tema di Dio e dintorni. Mica un libretto, anzi un librone, edito da Elliot, a dire subito quanto centrale fosse la questione della fede nell'ispirazione del cinico autore. A questo libro il curatore, Marcello Teodonio, cultore e studioso della letteratura bagnata dal Tevere, dà un titolo problematico quanto la religiosità di Belli: "Er catachisimo". Ed è stata scelta controversa, confessa Teodonio, perché il re dei sonetti in romanesco soltanto due volte ha nominato il catechismo nei propri versi. Scrivendo appunto in una occasione "catachisimo" (ne "L'ottavario del catachisimo") e in un'altra "catechisimo" (ne "La fijja ammalata"). L'opzione per il titolo ha premiato la parola più popolaresca, più storpiata, più difettosa insomma, al pari della plebe che il Belli programmaticamente intende descrivere ("Io ho deliberato di lasciare un monumento a quello che è oggi la plebe di Roma", avverte nella Introduzione ai Sonetti). Preferita anche perché evoca un altro vocabolo che calza a pennello al poeta, "cataclisma", a dire del caos che governa il suo universo, al pari di quello che un secolo dopo governava il mondo di Gadda nel pastiche linguistico e umano di "Quer pasticciaccio brutto de via Merulana". Premette poi Teodonio che la sua fatica - sì, fatica, perché per ognuno dei componimenti esaminati non fornisce solo la traduzione in italiano ma un commento preciso di riferimenti storici, letterari, filosofici, linguistici - vuol essere al servizio del lettore. Appunto, un'antologia di servizio, perché non vuol dimostrare quanto e come Belli fosse religioso ma aiutare il lettore a farsene un'idea. Ebbene, l'idea che ci facciamo è che dietro la facciata di uomo ligio e perbene, negli ultimi anni bigotto, cresciuto all'ombra del papato e della nobiltà nera che gli permisero di sbarcare il lunario prima del matrimonio con la ricca vedova Maria Conti, c'è non solo un feroce accusatore del convenzionalismo clericale, del marcio in Oltretevere, ma anche uno scettico dell'aldilà, del premio dopo la morte, perfino del senso della vita. E però, non essendo un razionalista come il contemporaneo Giacomo Leopardi, alla fin fine Belli non se la sente di negare fino in fondo il disegno divino, e allora scalpita, indeciso se mandare tutto a quel paese o giocoforza abbandonarsi nelle braccia di quella sorta di padre-padrone che è Dio. Basta un solo, sommo sonetto a verificarlo. Si intitola "La vita dell'Omo" e sciorina una sequenza allucinante di dolori, molti dei quali nell'età bambina, quando invece dovrebbe campeggiare la gioia. Di più: la sofferenza alberga perfino nel ventre materno, per poi inverarsi nella cinghia attaccata alle spalle nei primi passi e nei fastidiosi sbaciucchiamenti. Ecco il tormento della scuola, poi il lavoro, il sesso senza amore, il caldo, il freddo. E alla fine, la morte, che porta solo una certezza, finire all'Inferno, spediti da quel Dio che si dice ci benedica ("Nove mesi alla puzza: poi in fassciola/ tra sbaciucchi, lattime e llagrimoni:/ poi p'er laccio, in ner crino, e in vesticciola, cor torcolo e l'imbraghe pe ccarzoni./ Poi comincia er tormento de la scola,/ l'abbecè, le frustate, li ggeloni,/ la rosalia, la cacca a la ssediola,/ e un po' de scarlattina e vvormijjoni./ Poi viè ll'arte, er diggiuno, la fatica,/ la piggione, le carcere, er governo,/ lo spedale, li debbiti, la fica,/ er zol d'estate, la neve d'inverno…/ E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,/ viè la Morte, e ffinissce co l'inferno"). L'analisi spietata e tragica affronta tutte le tappe, la via crucis del suddito di Papa Re: le preghiere, i Dieci Comandamenti, I sette sacramenti, i vizi capitali, le opere di misericordia, le indulgenze. E s'interroga sui misteri, cercando un bandolo buono anche per l'oggi, e la maratona televisiva di Benigni, premiata da dieci milioni di spettatori lo dimostra: ecco gli angeli e i diavoli, l'anima, il miracolo, la Madonna, ma anche gli scomunicati, gli "infedeli" turchi, maomettani, ebrei. Alla fine della fiera, resta al poeta un enorme, sconfinato punto interrogativo, un rebus irrisolto, uno gnommero, diremmo evocando ancora Gadda. Allora reagisce sferzando le storture, e dimostrando l'indignazione con l'uso ossessivo di parolacce, di sguaiati doppi sensi, di sberleffi irriguardosi. E però mai sognandosi di passare sulla sponda dell'ateismo. Insomma, annota Teodonio, Belli "credeva e basta". Una chiave confermata lapidariamente dalla terzina conclusiva di "Er frutto de la predica": "Inzomma, da la predica de jjeri,/ ggrira che tt'ariggira, in conclusione/ venissimo a ccapì cche ssò mmisteri".
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