Le mitiche avventure di Baron Corvo
L'anglista Cecchi lo ricorda con un antico motto europeo «Inglese italianato è come un diavolo incarnato»
Nella bella storia a fumetti di Hugo Pratt intitolata «Favola di Venezia», Corto Maltese è il protagonista di una affascinante e coinvolgente avventura, che si svolge in una atmosfera onirica tra riti massonici e inseguimenti fra i tetti e i rii veneziani, alla ricerca della clavicola di Salomone, un talismano magico con incisioni misteriose. Pretesto della storia è il contenuto di oscuri appunti pervenuti nelle mani di Corto Maltese e provenienti dall'eccentrico, luciferino e originale scrittore ed esteta inglese Frederick Rolfe, più noto come Baron Corvo. Frederick Rolfe non è un personaggio frutto della fervida fantasia di Hugo Pratt, ma un grande scrittore inglese nato a Londra, in piena epoca vittoriana, nel 1860 e morto in miseria a Venezia nel 1911 dopo una esistenza randagia e romanzesca. Diventato cattolico nel 1886, era stato battezzato da quel cardinale Henry Edward Manning, a sua volta convertitosi dall'anglicanesimo, al quale il grande storico Litton Strachey dedicò un suggestivo profilo nel volume «Eminenti vittoriani» (Castelvecchi) che rimane tuttora un classico della letteratura storiografica sul periodo della regina Vittoria. Rolfe aveva deciso di diventare sacerdote, ma non ci riuscì: gli studi di teologia li intraprese in Inghilterra all'Oscott College e li proseguì a Roma al Collegio Scozzese, ma ne fu espulso per i comportamenti indisciplinati e libertini, per le letture eterodosse e perché non ritenuto adatto alla carriera ecclesiastica. Tuttavia, per quanto la sua vita si dipanasse in maniera scandalose tra avventure omosessuali e un susseguirsi di esperienze lavorative condite di furfanterie e di vicende ricattatorie, il rancore segreto di non essere stato accolto nell'ambiente ecclesiastico e la nostalgia della religione e della Chiesa cattolica non lo abbandonarono mai e sono ben percepibili nelle sue opere letterarie, che mostrano una raffinata cultura classica. Due di queste opere, le «Cronache di Casa Borgia» e il postumo «Il desiderio e la ricerca del tutto» sono state riproposte, dopo qualche decennio di assenza dalle librerie italiane, dall'editore Castelvecchi. Sono due opere diversissime: la prima è una ricostruzione letteraria e gustosa, in chiave quasi agiografica, delle vicende dei Borgia, in particolare di Alessandro VI, che richiama subito alla mente l'omonima fiction televisiva; la seconda è, al contrario, un lungo racconto velatamente (ma non troppo) autobiografico del periodo veneziano di Rolfe. Nella città lagunare, Rolfe, questo esteta ormai vicino alla cinquantina, che aveva debuttato come scrittore sulle pagine della più famosa rivista del decadentismo inglese, «Yellow Book», era giunto nel 1908 e vi sarebbe rimasto fino alla morte diventando un personaggio celebre e sinistro. Il grande anglista Emilio Cecchi ha scritto che la vita di Rolfe gli faceva tornare alla mente un motto che, fra il Seicento e il Settecento, circolava largamente per tutta l'Europa: «Inglese italianato/ diavolo incarnato». E il celebre scrittore e bibliofilo inglese Alphonse James Albert Symons - che gli dedicò un intero volume biografico intitolato «Alla ricerca del Baron Corvo» - ha raccontato tanti episodi aneddotici che lasciano intendere perché questo personaggio singolare - con i capelli già grigi e tosati corti come una chierica, con gli occhi miopi, il naso aquilino e le labbra sottili - fosse diventato oggetto delle chiacchiere e della curiosità dei veneziani. Si faceva chiamare Baron Corvo. E già questo soprannome, misterioso e un po' sinistro non poteva non suscitare interrogativi e suscitare commenti e allusioni di vario genere. Glielo aveva affibbiato, a quanto pare, durante gli anni del soggiorno romano, l'anziana duchessa Sforza Cesarini, una nobildonna di origine inglese convertita al cattolicesimo il cui figlio era stato amico e compagno di collegio di Rolfe. Questo pseudonimo piacque, evidentemente, all'esteta inglese che lo privilegiò rispetto ad altri appellativi da lui, pure, usati, a cominciare dall'ambiguo "Fr. Rolfe" che poteva essere letto, a testimonianza della sua ossessione religiosa, come "fra' Rolfe". In quella Venezia dell'ultimo scorcio del primo decennio del Novecento questo eccentrico personaggio, prete mancato, scrittore elegante e visionario, pittore e fotografo, sempre in bolletta ma pronto a scialare, pettegolo e introverso, tormentato dal sacro ma frequentatore dei libri di negromanzia e magia diventò un personaggio familiare sia per la società aristocratica sia per quella più popolare. Lo si vide prodigarsi generosamente per raccogliere aiuti destinati alle vittime del terremoto di Messina e per portare a spasso in barca i convalescenti dell'ospedale inglese della Giudecca, vagabondare per i vicoli della città alla ricerca di amori inconfessabili o dormire nella sua imbarcazione dopo che l'albergatore, stanco di far credito, lo ebbe buttato fuori. Eppure, fra tante stranezze, riuscì a conservare certi tratti stereotipi dell'imperturbabilità britannica. Il suo biografo, per esempio, ha raccontato che un giorno, mentre governava sua imbarcazione, per una manovra errata cadde nel Canal Grande con la pipa in bocca, riemerse dopo aver nuotato sottacqua, risalì in barca, svuotò la pipa del tabacco bagnato, la riempì di nuovo, l'accese e, di fronte ai curiosi, pronunciò una sola parola: "Avanti!". Il romanzo «Il desiderio e la ricerca del tutto» riguarda proprio, come si è detto, questi anni veneziani e non è difficile rintracciare nel protagonista, lo scrittore inglese Crabbe tormentato da un ambiguo rapporto con la figura del suo mozzo, lo stesso autore. Ambientato in una Venezia per molti aspetti misteriosa, come quella di Ugo Pratt, scritto con una prosa lussureggiante e decadente, colta e raffinata, il romanzo, forse il più bello dell'autore, ha il taglio e l'andamento del "romanzo di formazione", non a caso accostato da uno studioso inglese al Ritratto dell'artista da giovane di James Joyce. Anche se, ad onor del vero, nelle sue pagine c'è, molto di più, il sapore di quell'estetismo inglese tardo vittoriano proprio delle illustrazioni di Aubrey Beardsley e degli scritti più dolenti di Oscar Wilde.
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