Capossela: «La scrittura è malattia»
Libri: «Il segreto è il racconto. Scritto o cantato non importa» Tradizione: «La crisi si vince con la musica da matrimoni»
«La scrittura è la mia brutta malattia». Vinicio Capossela, maudit per antonomasia. Artista sghembo, imprevedibile, non si fa sintetizzare nelle etichette. Lo trovi nella crisi della Grecia, nelle piazze di Istanbul e, se ti giri ancora più in là, lo vedi in Irpinia, a Calitri. È proprio qui che si è fatto intercettare l'ultima volta. Immerso nella musica da ballo della Banda della Posta, formazione di musica etnica a cui ha offerto l'occasione di incidere un cd, «Primo ballo». Vinicio Capossela, non solo musica nella sua vita. Lei è sempre più impegnato nell'attività letteraria. Cosa la attrae verso la parola scritta piuttosto che cantata? Tutto nasce dalla scrittura. Dal tentativo di farmi da tramite. Il racconto, poi, può essere musicato o no ma la malattia è la stessa. Ed è una brutta malattia. Qualche giorno fa è stato ospite del Festival Letterature di Roma, dove ha parlato del suo ultimo libro «Tefteri», una sorta di taccuino di viaggio nella Grecia della crisi. Cosa ha scoperto della Grecia? Ho viaggiato nelle taverne di Atene, Salonicco e Creta, catturando visioni, ebbrezze, magie e illusioni su un piccolo taccuino. Ho scoperto una Grecia sofferente e fiera che riscopre il rebetiko come musica della «krisis». Una musica dell'assenza, nata dalla rabbia e dalla nostalgia di un popolo che, negli anni '20, si trovò straniero in patria. Altro Paese nell'occhio del ciclone in questi giorni è la Turchia di Erdogan. Cosa ne pensa? È la dimostrazione lampante di come non sia possibile che lo Stato si trasformi in aguzzino. L'Europa ha il dovere di seguire da vicino tutta la vicenda perché ha enormi responsabilità. Si è opposta all'ingresso della Turchia nell'Unione europea e ora ne paga le conseguenze. Adesso non possiamo far finta di niente e voltarci dall'altra parte. Nei prossimi giorni uscirà il cd che ha prodotto, dedicato alla musica etnica dell'Irpinia. Com'è nato il progetto? È nato per dirimere un litigio ma è innanzitutto un atto d'amore verso la tradizione. Voglio fare musica da ballo. Quando i tempi sono difficili è meglio puntare sulla prima comunione. Volevo soffermarmi su qualcosa che è sempre esistito ma sempre meno praticato. La musica da ballo è incoraggiante. Esprime un lavoro ben fatto che non si prende molto sul serio. Perché ha scelto la musica di Calitri? Perché è il paese d'origine di mio padre. Per me ha una dimensione un po' onirica, quasi mitica. A Calitri c'è lo stesso senso dell'onore che si respira nell'Odissea. Protagonista della musica è la Banda della Posta. Come li ha conosciuti i musicisti? La prima volta che li ho sentiti suonare era un pomeriggio d'estate di qualche anno fa. Se ne stavano lì, davanti alla posta perché è lì che arriva l'assegno della pensione. Mi sembrava di stare nel Far West. In passato questi musicisti suonavano nei matrimoni ed erano il cuore pulsante del paese. È un punto di partenza più che di arrivo, una sorta di mammella a cui aggrapparsi. Quando ha proposto di fare un disco come hanno reagito? I signori hanno una certa età e mi è sembrato giusto tutelare la tradizione. Abbiamo già collaborato e tra noi c'è grande affiatamento. Sul palcoscenico e fuori. Dalla Grecia all'Irpinia il passo può essere breve. Cos'è che lega questi due mondi? Il rebetiko e la musica di Calitri hanno 80 anni. Non si consumano, sono fatte per stare insieme, per ballare. Dove ci sono loro c'è il cibo. Il pubblico non è passivo e hanno entrambe una funzione importante per la comunità. A pensarci bene, ci sono molte affinità negli strumenti utilizzati: da una parte il mandolino, dall'altra il bouzouki. Com'è cambiato il mondo in questi 80 anni? Oggi il consumo della musica è più veloce. La ritualità non viene mantenuta con lo stesso orgoglio di prima. Per questo nel booklet ci sono foto, testi e la ricetta delle «cannazze». E dopo la Banda della Posta cosa accadrà? Un documentario sulla Grecia e un racconto su Calitri che diventerà un nuovo libro.
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