Dal rapimento all'inchiesta: la vicenda dell'Imam di viale Jenner
L'ipotesi di un coinvolgimento di una "divisione" di 007 mai sfiorata dal processo
Quando scompare da Milano, il 17 febbraio del 2003, Nasr Osama Mustafà Hassan, detto Abu Omar, era già sotto la lente d'ingrandimento dell'Antiterrorismo. La Procura del capoluogo lombardo stava conducendo un'indagine sulla moschea di viale Jenner e lui, Abu Omar, l'allora imam, era uno dei 13 personaggi in seguito condannati per il reato di associazione per delinquere con finalità di terrorismo internazionale. Il giorno della sua scomparsa, però, i pm di Milano non avevano ancora formalizzato le accuse. Anzi da una decina di giorni, per problemi non proprio chiari emersi in tribunale (c'era caraenza di poliziotti) la Digos interruppe i pedinamenti. L'egiziano, secondo il suo racconto, fu prelevato in strada nei pressi della moschea, caricato su un furgone e portato nella base di Nato di Aviano. Poi il trasferimento a Ramstein, in Germania, dove dalla base americana della Cia è arrivato in Egitto. Qui sarebbe stato interrogato e torturato. Dopo il suo sequestro, avvenuto ad opera di dieci agenti della Cia e con l'ausilio di un maresciallo dei carabinieri (che ha poi patteggiato) la vicenda è diventata un caso internazionale che ha visto il coinvolgimento giudiziario, in Italia, dei veritici dell'ex Sismi, il Generale Nicolò Pollari, il suo secondo Gustavo Pignero, Marco Mancini e dei capicentro Raffaele Ditroia, Luciano Di Gregori e Giuseppe Ciorra. Sotto processo sono finiti anche gli agenti della Cia, tra cui il capo centro di Roma. La Procura di Milano sulla vicenda aprì un'inchiesta per sequestro di persona. La moglie dell'allora imam, infatti, dopo aver cercato il marito ha presentato la denuncia di scomparsa e un testimone ha poi riferito ai magistrati di aver assistito al sequestro e di aver visto delle persone caricare l'egiziano su un furgone bianco.Per capire l'interesse verso Abu Omar bisogna fare un passo indietro e arrivare all'11 settembre del 2001, giorno dell'attentato alle Torri Gemelle di New York che portava la firma di Al Qaeda. L'America inizia la caccia ai terroristi. Nella lunga lista di nomi che i servizi segreti Usa hanno stilato c'era anche quello dell'imam egiziano. Un personaggio che si era fatto notare già prima di arrivare in Italia. Nel 1998 aveva fatto tappa in Albania dove, secondo le informazioni degli 007 Usa, era venuto in contatto con Osama bin Laden. Una volta nel nostro Paese Abu Omar ha vissuto prima a Latina, inserendosi nella comunità musulmana e divenendo anche l'imam della moschea. Già dalla sua permanenza nel capoluogo pontino, l'egiziano ha suscitato l'interesse dell'Antiterrorismo italiano che ha iniziato a monitorarlo. Nel 2001 arriva a Milano dove diventa imam nella moschea di viale Jenner. Dopodiché, con la sua scomparsa, succede di tutto. La procura indaga e incrimina gli agenti del Sismi ritenendoli responsabili – insieme alla Cia – del rapimento. Gli agenti gridano la loro innocenza e non riescono a difendersi come vorrebbero perché vincolati al segreto di Stato. Il processo è lungo, controverso, pieno di colpi di scena. Alla fine deciderà la Corte Costituzionale che, nei fatti, “assolverà” gli imputati. Ora la partita si riapre.
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