L'esercito dei cadaveri senza nome dimenticati nei nostri obitori
Circa 1300 casi in tutta Italia, 196 nel Lazio, 178 in provincia di Roma di cui 153 nella Capitale. Il prefetto Piscitelli: «Serve una piattaforma hi-tech». L'associazione "Vite sospese": «27mila sono spariti nel nulla»
Circa 1300 casi in tutta Italia, 196 nel Lazio, 178 in provincia di Roma di cui 153 nella Capitale. Sono i numeri relativi alle persone decedute e mai identificate, cadaveri senza nome custoditi nelle celle frigorifere degli istituti di medicina legale o negli obitori. Corpi che attendono di essere ricordati da qualcuno o in procinto di essere inumati con l'incisione «sconosciuto» sulla lapide. I dati che provengono dal ministero dell'Interno, dal Commissario Straordinario del Governo per le Persone Scomparse, fotografano una situazione in costante aumento nel Belpaese, complici i costanti naufragi connessi al fenomeno migratorio verso le coste italiane. Il cadavere meno recente è stato ritrovato trentanove anni fa, nel lontano 1975, l'ultimo alcuni giorni fa, a Brindisi. Nella Capitale si cerca ancora di dare un'identità alla donna ritrovata in stato di mummificazione la mattina di Ferragosto, nei pressi di Ponte Galeria. La procura di Roma ha diramato i dati in tutta Europa ma nessuno è stato in grado di identificarne il corpo, neanche le autorità tedesche, luogo da cui si pensava potesse provenire la donna. In Italia, dall'inizio di quest'anno sono 43 i cadaveri che attendono di avere un nome e un cognome. Quasi sempre sono persone adulte, hanno tra i 40 e i 65 anni. Certe volte si tratta di «invisibili», la cui morte è avvenuta senza che nessuno ne sentisse la mancanza, in altri casi vi sono famiglie disperate che affrontano quotidianamente l'angoscia e sperano ancora nel ritorno del loro parente scomparso anni prima. Sono gli uomini, 912, a prevalere sulle donne, 241. Per altri 241 cadaveri invece, date le pessime condizioni in cui il corpo è stato ritrovato, non si riesce neanche a risalire al sesso del defunto. Tra le celle frigorifere dove vengono conservati i corpi non vi sono schede capaci di dare informazioni esaustive, quindi le autorità possono solo desumere orientativamente la tipologia di persone dall'abbigliamento indossato al momento della morte o dalle condizioni in cui è stato ritrovato il corpo. Malati di Alzheimer, clochard, persone con problemi di tossicodipendenza, extracomunitari che sono arrivati sul nostro territorio clandestinamente o vittime di mafia. Qualcuno si è suicidato, c'è chi è stato ucciso, chi è deceduto per cause naturali o chi è annegato in un naufragio. Molti ritrovamenti vengono fatti in mare, nelle zone lacustri o fluviali, in prossimità di stazioni, lungo le vie ferroviarie, nei casali abbandonati, in parchi o nei marciapiedi delle nostre strade. Ovviamente numerosi sono anche i casi di decessi negli ospedali. A tal proposito a Roma e Milano si sta sperimentando un nuovo sistema per cercare di dare un'identità a chi muore negli ospedali o nei casi non connessi alla commissione di reati. L'esame esterno del corpo, l'autopsia, il prelievo di un campione biologico, possono fornire importanti dati per la compilazione di schede post mortem, necessarie per il confronto con i dati essenziali delle persone scomparse o per garantire la circolarità informativa fra tutti i soggetti istituzionali competenti in materia, dal Commissario per le Persone Scomparse, alle Prefetture, passando per le forze dell'ordine, le procure della Repubblica, i Comuni e le Asl. L'obiettivo è sempre uno solo: poter incidere un nome su una lapide e permettere alle famiglie dei defunti di dare l'ultimo saluto al loro caro uscito di casa tanti anni fa e mai ritornato.
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