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Il Bel Renè incastrato dalle mutande

La parabola del bandito. Dai colpi miliardari al furto in un supermercato Bottino: un paio di slip, cesoie e fertilizzante. Era in permesso premio

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«Non vedo l'ora di liberarmi del mio mito». Così disse un giorno Renato Vallanzasca, stanco di essere chiamato il "bel Renè" anche dopo aver superato i 60 anni, infiacchito dai decenni passati dietro le sbarre, sfiancato da una esistenza trascorsa fra rapine, omicidi, sequestri di persona, bella vita e belle donne, stremato da una lunga e criminale «carriera» che, dopo anni di personale gloria (si fa per dire), ci conclude con il furto di un paio di mutande. Perché due giorni fa l'uomo che negli anni '70 e '80 terrorizzò Milano, in permesso premio di tre giorni, è stato beccato da un agente antitaccheggio mentre tentava di rubare un paio di boxer, delle cesoie e concime per le piante. Un furto che gli è costato la revoca, dopo un processo per direttissima, della semilibertà. È così che «tramonta» il ricordo di un criminale della specie peggiore. E chi, per età, di lui ricorda poco o nulla, ha imparato ad odiarlo, ma anche ad ammirarlo, c'è da scommettere, dopo che Michele Placido, facendolo interpretare da Kim Rossi Stuart, lo porta sul grande schermo con «Vallanzasca – Gli angeli del male». E che il bel Renè, condannato a quattro ergastoli, fosse un "angelo del male", lo si intuisce subito, quando da ragazzino comincia coi primi furtarelli. Si accosta velocemente alla mala milanese. Ma il ragazzo è ambizioso, non accetta catene, vuole delinquere in libertà. E fonda la «banda della Comasina», uomini di «ghiaccio», quasi come gli occhi del loro capo, senza scrupoli, determinati a scalare il mercato della malavita, anche scontrandosi coi più pericolosi concorrenti che rispondevano agli ordini di Francis Turatello. Ma le porte del carcere per il bel Renè si aprono ad appena 22 anni, quando viene beccato dopo una rapina in un supermercato. Finisce a San Vittore e in quattro anni cerca più volte di evadere. La sua condotta in galera è così turbolenta che viene spostato di carcere in carcere, fino a conoscerne ben 36. E se il primo tentativo di fuga va male, e anche il secondo, lui prova, riprova, tenta ancora, fino a inventarsi lo stratagemma decisivo: si inietta dell'urina nelle vene e viene ricoverato in ospedale, da dove riesce a fuggire. Di nuovo in libertà, con le forze dell'ordine alle costole, Vallanzasca rimette in piedi la sua banda, che diventa più crudele: ripartono le rapine armi in pugno, cominciano i sequestri di persona, finché in uno scontro a fuoco in cui perdono la vita due poliziotti, Vallanzasca viene ferito e dopo pochi giorni nuovamente arrestato. Di nuovo dietro le sbarre, il bel Renè riceve migliaia di lettere di ammiratrici (ne sposerà una). Evade di nuovo ma viene riacciuffato subito. Questa volta finisce nel carcere di Novara, dove durante una rivolta dei detenuti, prende un coltello e va nella cella di Massimo Loi, un componente della sua banda sulla via del pentimento: «Sei un infame - gli dice - ti ho voluto bene, ma il tuo modo di ripagarmi merita solamente la morte». E gli taglia la giugulare. Fra il 1987 e il 1995 scappa altre volte ma viene sempre ripreso. Il suo declino, però, è ormai inesorabile. Il mondo fuori dal carcere è cambiato, il bel Renè invecchia e tutti si dimenticano di lui. Di tanto in tanto ricompare in tv solo perché vìola la semilibertà. Ma nel 2005 si piega alla giustizia "implorando" la grazia, che gli viene negata. Secondo il giornalista Mario Campanella «nel 1976 il bel Renè aveva oltre 12 miliardi di lire, al punto che i servizi segreti cileni gli offrirono esilio in cambio di quella somma». Nel 2009 un triste Vallanzasca si concede una riflessione "sociologica" su quella che chiama "mala-vita": «oggi non c'è più onore, né amicizia, né rispetto», disse l'angelo della morte.

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