Rifiuti, Berlusconi, Grillo La parabola di Schiavone
VeritàCreduto se parla di veleni sepolti dalla mala Bugiardo se dice: «Obbligato ad accusare il Cav»
«Al popolo dico di votare Movimento 5 Stelle, oppure un altro partito che non sia il Pd né il Pdl». Parola di pentito (pentastellato). Parola di Carmine Schiavone, il primo storico collaboratore del clan dei Casalesi. Personaggio doubleface, il tipo. Oracolare quando (oggi) ripesca le accuse lanciate un ventennio fa a proposito della terra dei veleni e dei traffici immondi di rifiuti gestiti dalla camorra tra Napoli e Caserta; inattendibile e chiacchierone quando (nel 2001) al telefono denuncia nientemeno di aver subito pressioni, da parte degli investigatori, per accusare falsamente Silvio Berlusconi. E oggi, che sponsorizza Beppe Grillo, che cos'è? C'è anche questa oscura parentesi nell'odissea giudiziaria del Cav, ennesima conferma della spregiudicata facilità con cui il nome dell'ex premier ha circolato negli opachi e fangosi ambienti di collaboratori di giustizia e criminali in cerca di redenzione. La ricostruzione della chiacchierata tra Carmine Schiavone e Giuseppe Pagano, anche lui ex pentito, fu oggetto finanche di un'interrogazione parlamentare firmata da Maurizio Gasparri e Luigi Compagna che vale la pena raccontare per intero. Anche e soprattutto per sottolineare la pericolosa abitudine (mai tramontata, dal caso Tortora in poi) dei collaboratori di giustizia che si mantengono tranquillamente in contatto tra loro. Il primo a prendere la parola è Giuseppe Pagano, che apre la telefonata con un deferente saluto: «Don Carmine, come andiamo?«. La risposta non è delle migliori: «Eh, come andiamo, sempre in guerra con queste merde del Servizio Centrale... comunque se mandi a fare in culo il Servizio... quelli non mollano, perché non possono fare i processi senza di noi (...) stamattina li ho cacciati fuori». Pagano quasi è spaventato dal gesto dell'ex capoclan dei Casalesi e avverte, premuroso: «Carminuccio, questo non lo devi fare perché te li metti troppo contro!». Tranquillo, afferma Schiavone. Lui sa come bisogna comportarsi in casi del genere: «Ma, contro, io già ci sto da parecchi anni. Da quando stava quel piecoro di Cirillo che andava cercando che io accusassi Berlusconi... Eh, io gli dissi: ma chi cazzo lo conosce!». Ecco, questo è il passaggio incriminato in cui il pentito si riferisce a tale Cirillo che alcuni identificarono in Francesco Cirillo, allora dirigente della Dia di Napoli e futuro vicecapo della polizia. A scanso di equivoci, il senso della frase verrà poi chiarito da Franco Roberti (attuale capo dell'Antimafia nazionale) ribadendo l'assoluta correttezza dei pm e degli investigatori. E, oggi, non c'è motivo di dubitarne, ovviamente. E nemmeno l'altro caso, raccontato qualche mese fa dal pentito Fiore D'Avino, a proposito di presunte analoghe richieste durante i suoi interrogatori, perché tirasse in ballo Berlusconi, può far ipotizzare una regia o una qualsiasi forma di eterodirezione delle indagini. Piuttosto, ciò che emerge con chiarezza è la percezione che i collaboratori di giustizia hanno avuto e continuano tuttora ad avere di Silvio Berlusconi come di un «soggetto sensibile», un target di possibile interesse per la magistratura. Tanto più se si considera che l'intercettazione di Carmine Schiavone risale ad appena cinque giorni dopo la vittoria del centrodestra alle politiche del 2001. Il Cav è finito in fascicoli (archiviati) per mafia e concorso in stragi, a Caltanissetta e a Firenze, per molto meno. D'altronde, la vita dei pentiti è così: in perenne bilico sulla lama di coltello della credibilità. Prendete Nicola Cosentino, ex coordinatore regionale del Pdl, finito in carcere perché indicato proprio da Schiavone come «referente politico nazionale dei Casalesi». Non ci sono riscontri alle accuse, ma va bene così. È un pentito attendibile per Cosentino, don Carmine. Lo diventa meno però quando rivela che don Diana, il parroco ucciso dalla camorra, era uno degli sponsor elettorali dell'ex sottosegretario. Allora, giusto per fare chiarezza: di certo i magistrati non manomettono le dichiarazioni dei pentiti. Don Diana è sicuramente un martire. Ma i collaboratori di giustizia, anche se simpatizzanti di Grillo, non funzionano a giorni alterni. E, soprattutto, non sono la bocca della verità. Intanto la Procura di Roma ha aperto un fascicolo d'indagine sulle confessioni (passate e presenti) di Carmine Schiavone sui presunti traffici di rifiuti nel basso Lazio. Informazioni che l'ex boss aveva affidato ad alcune interviste televisive, poche settimane fa, e ritornate d'attualità con la desecretazione del verbale di audizione davanti alla commissione Ecomafie, nell'ottobre 1997. Al momento, si tratta di un fascicolo conoscitivo che non porta ipotesi di reato ed è contro ignoti.
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