Le dichiarazioni

Ranucci, Lavitola sforna una nuova teoria: “Fatto tutto per proteggerlo da un vero attentato”

Luigi Frasca

«Ho fatto tutto questo per proteggere Sigfrido Ranucci da un attentato del quale avevo avuto notizie. C'era la necessità di proteggerlo, tanto che chiamavo Ranucci per due mesi per chiedere che la scorta gli fosse rafforzata». Lo ha detto Valter Lavitola nel corso di dichiarazioni spontanee davanti ai giudici del Tribunale del Riesame, secondo quanto riferito dai suoi legali, gli avvocati Arturo e Sergio Cola, al termine dell'udienza durata poco più di tre ore. Lavitola, accusato e reo confesso di essere il mandante dell'attentato con una bomba contro l'ex conduttore di Report, avvenuto il 16 ottobre 2025, ha quindi spiegato: «L'attentato con la bomba è un'idea di Clesio Gomes Tavares rispetto alla quale mi assumo tutte le responsabilità del caso. Gomes mi avvisò che avrebbe fatto a modo suo, io gli avevo dato un mandato in bianco, specificando che non doveva fare male a nessuno». Il suo legale Arturo Cola, all'uscita da piazzale Clodio, ha ribadito che «Valter Lavitola ha dato un mandato in bianco a Gomes che si è assunto la responsabilità del gesto. Gomes, essendo un esperto, ha fatto a modo suo».

 

 

Secondo il difensore, inoltre, «il rapporto di amicizia tra Ranucci e Lavitola rimane molto sincero e il conduttore non sapeva nulla, né ha mai sospettato. Il movente politico è da escludere». Cola ha spiegato che l'amicizia tra i due «nasceva dal desiderio del mio cliente di riprendere la sua reputazione sociale, frequentando giornalisti e imprenditori, era questo ciò a cui aspirava il dottor Lavitola: poter riaffermare la sua reputazione nella società e non essere considerato come un delinquente abituale. L'amicizia tra i due nasce proprio dal fatto che il conduttore gli avrebbe garantito vantaggi in tal senso». Lo stesso Lavitola ha riferito ai giudici: «Con Ranucci c'era un grande rapporto di amicizia e speravo che questo rapporto potesse riabilitare anche la mia figura con un riscatto sociale per me». I difensori hanno inoltre contestato il movente politico ipotizzato dalla Procura: «L'elemento importante - hanno dichiarato al termine dell'udienza - è che il movente politico che la procura ipotizza è insussistente; in base a quanto ribadito anche oggi da Lavitola, Ranucci non ha mai inteso candidarsi in politica e anzi si è spesso lamentato che Lavitola proponesse l'argomento».

 

 

Nella memoria depositata davanti al Riesame, Arturo e Sergio Cola sostengono inoltre che «l'arresto degli esecutori materiali non può aver ingenerato nel Lavitola alcun timore di essere arrestato perché, come emerso dagli atti di indagine e dagli interrogatori dei coindagati, detti esecutori avevano avuto rapporti con il solo Clesio Tavares e non conoscevano l'identità del mandante, del quale, infatti, parleranno in carcere solo dopo la pubblicazione della notizia della perquisizione patita dall'odierno ricorrente». I legali hanno chiesto la scarcerazione del loro assistito o, in subordine, la concessione degli arresti domiciliari, motivata anche dal fatto che, «in ragione della sua confessione, il Lavitola è stato aggredito da detenuti, e che circa l'aggressione subita avrebbe redatto una annotazione la Polizia Penitenziaria presso il carcere di Rebibbia ed avrebbe reso dichiarazioni anche il coindagato D'Avino nel corso del suo ultimo interrogatorio al P.M». Per i domiciliari è stata indicata una casa in Basilicata nella disponibilità dell'indagato. I giudici si sono riservati di decidere: la decisione sulla richiesta di concessione degli arresti domiciliari è attesa entro il 10 settembre.