Quelle cene dei conservatori a casa del cardinale Burke che scelsero Prevost e bocciarono Parolin
La prima sera c'era il Segretario di Stato, due giorni dopo l'americano Ritennero di non potersi fidare dell'italiano, così si è arrivati a Leone
Come sull’elezione del Romano Pontefice vige il più assoluto e sacro riserbo. Non solo i cardinali elettori, ma anche i cerimonieri, i cuochi e le varie maestranze chiuse all’interno del recinto del Conclave sono obbligati a giurare sui Vangeli di non rivelare nulla di quanto visto, accaduto o anche semplicemente ascoltato. Pena: la scomunica latae sententiae, ossia automatica. Ciononostante, su quel che accade prima e durante la clausura elettorale, giornalisti, vaticanisti e storici hanno sempre investigato, molto spesso riuscendo ad incastrare i tasselli di un complicato puzzle grazie a fonti riservate, cardinali un po' troppo chiacchieroni, monsignori in rampa di lancio con qualche sogno di gloria esageratamente evidente. Sul Conclave del 7-8 maggio 2025 che ha portato Robert Francis Prevost sul Soglio di Pietro si è già scritto molto e anche questo quotidiano ha rivelato alcuni dettagli sul vero andamento dei quattro scrutini che hanno consegnato la Chiesa a Leone XIV. Oggi, dopo mesi di incontri riservati e un notevole lavoro d’intreccio e verifica delle fonti, Il Tempo è in grado di rivelare come la scelta di far convergere i propri voti su Prevost, e non su Pietro Parolin, sia stata presa dal gruppo dei conservatori già qualche giorno prima di entrare nella Cappella Sistina.
Durante le Congregazioni generali preparatorie quasi tutti i porporati, elettori e non, hanno preso parte a cene, pranzi e incontri riservati. Diversi gruppetti di eminentissimi si sono ripetutamente attovagliati nelle trattorie di Borgo discutendo apertamente sul da farsi in Conclave tra una carbonara e un piatto di carciofi alla romana. Altri ancora, più scaltri e avveduti, si sono riuniti in gran segreto negli appartamenti privati di questo o tutti sanno, quel porporato. In una casa in particolare, tuttavia, due cene sono bastate per delineare il quadro che avrebbe tracciato il corso delle votazioni dei giorni successivi. Un appartamento, peraltro, al centro di numerose polemiche negli anni scorsi e cioè quello, sito a Palazzo Rusticucci (con affaccio su via della Conciliazione), dove vive il potentissimo cardinale americano Raymond Leo Burke e che Papa Francesco avrebbe voluto togliergli insieme al «piatto cardinalizio», ovvero l’appannaggio mensile spettante ai cardinali di curia anche in pensione.
Due cene, stessi commensali, tranne gli invitati principali: Pietro Parolin e Robert Francis Prevost. Alla prima, oltre ovviamente al padrone di casa, erano presenti tutti i cardinali statunitensi, un paio di tedeschi, un polacco, alcuni europei e l’ex prefetto della Dottrina della Fede, Gerhard Ludwig Müller. L’ospite d’onore di quel desco fu Pietro Parolin, segretario di Stato uscente e da tutti considerato il candidato più accreditato alla successione di Bergoglio. A lui i commensali, in particolare gli americani Burke, Dolan e DiNardo, hanno chiesto cosa avrebbe fatto da pontefice per appianare le divisioni liturgiche, teologiche e morali causate dal pontificato appena concluso. A sentire alcuni dei partecipanti a quella cena, quando Parolin lasciò l’abitazione prima di tutti gli altri, uno dei cardinali presenti pronunciò quella che ha il sapore di una sentenza definitiva: «Non possiamo fidarci di lui, votiamo chiunque tranne Parolin».
Due giorni dopo, stiamo parlando dei primissimi di maggio 2025, si svolse una cena pressoché identica. Stessi invitati, stesse questioni poste sul tavolo, medesime domande, ma stavolta rivolte ad un ospite molto diverso: Robert Francis Prevost, prefetto uscente del dicastero per i Vescovi, residente a Roma da soli due anni ma già assai pratico del mondo vaticano e curiale. Chi era presente ci ha rivelato che giunti al caffè e agli amari il dado era ormai tratto: il pacchetto di voti (tra i 20 e i 25) in mano ai «conservatori» sarebbe confluito, già dal secondo scrutinio, su Prevost e non su Parolin, dato come colui che nella prima votazione avrebbe verosimilmente ottenuto più voti.
La realtà, però, ha superato i conti matematici e, com’è ormai acclarato, a seguito del primo scrutinio, proprio il candidato di bandiera dei conservatori, il primate d’Ungheria Péter Erdö, è risultato essere in testa. A seguire, incredibilmente, Parolin e Prevost, distanti l’uno dall’altro da una manciata di voti. Nel secondo scrutinio, la mattina seguente 8 maggio, il quadro era ormai delineato: i conservatori confluirono su Prevost, come deciso nella cena di qualche sera prima che oggi abbiamo svelato in esclusiva. Resta solo una domanda che non tanto noi, quanto i conservatori che hanno puntato su Prevost, si pongono: rispetterà i patti siglati in quella cena?
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