inchiesta
Ranucci avrebbe "potuto intuire chi fosse il mandante". Parla l'avvocato di Lavitola
Torna a parlare Sergio Cola, avvocato di Valter Lavitola. Il legale ha dichiarato che "gli atti dimostrerebbero che Sigfrido Ranucci aveva chiesto di aumentare il livello della propria scorta". Cola ha inoltre confermato che le dichiarazioni rese dal suo assistito, ritenute in alcuni passaggi fumose dagli inquirenti, "troverebbero un riscontro nelle versioni fornite dagli altri coimputati", indicati come esecutori dell'attentato ma che "necessitano comunque di riscontri". Questi ultimi, secondo la difesa, avrebbero sostenuto di non aver avuto intenzione di fare del male a Ranucci, circostanza che emergerebbe anche dalle modalità con cui è stato compiuto l'attentato. Quanto all'ipotesi dell'esistenza di un possibile terzo livello, Cola l'ha definita "una semplice congettura". Il legale ha inoltre spiegato, che dopo l'attentato, Ranucci avrebbe "potuto intuire chi fosse il presunto mandante dell'attentato".
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Il difensore di Valter Lavitola ha aggiunto che ''tutto questo confluirà in una memoria difensiva che verrà depositata contestualmente alla richiesta di Riesame''. La difesa di Lavitola a inizio settimana depositerà la richiesta di ricorso al tribunale del Riesame sia per quanto riguarda le esigenze cautelari sia per l'aggravante del metodo mafioso contestata e l'udienza potrebbe essere fissata tra fine agosto e gli inizi di settembre.
Intanto, dopo la confessione resa davanti al gip mercoledì scorso quando Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell'attentato nell'ottobre scorso davanti all'abitazione del giornalista e conduttore di Report sostenendo di averlo fatto per fargli innalzare il livello di protezione, i suoi difensori stanno valutando di farlo risentire dal pm. E sempre la prossima settimana verrà depositata la richiesta di interrogatorio davanti al pm anche da parte dei difensori dei quattro arrestati lo scorso 30 giugno con l'accusa di essere gli esecutori materiali dell'attentato. Finora i tre uomini, detenuti in carcere, e la donna, ai domiciliari, sia nell'interrogatorio di garanzia che in quello davanti al pubblico ministero titolare dell'inchiesta si sono avvalsi della facoltà di non rispondere rendendo solo dichiarazione spontanee. Ora i quattro, accusati a vario titolo di detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dall'aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso, sono pronti a tornare davanti agli inquirenti questa volta per rispondere alle domande. Un passaggio che arriva dopo la confessione di Lavitola che nella sua confessione aveva sostenuto anche di aver immaginato l'attenato con modalità diverse: non una bomba ma una serie, quattro o cinque, di colpi di pistola dimostrativi da esplodere contro il muro dell'abitazione di Ranucci.