MA ORA SI METTE MALE
La strategia di Lavitola: patteggiare col maxisconto. E a gennaio tornare a casa
Dalla bomba al patteggiamento il passo potrebbe essere più breve di quanto si immagini. Come rivelato ieri dal Tempo, la strategia difensiva di Valter Lavitola, magistrati permettendo, è chiara. L’attentato davanti alla casa del giornalista, ha ammesso Lavitola, venne fatto per "proteggerlo", così da ottenere l’aumento della scorta. Una bomba per ottenere più uomini di tutela, senza voler ferire nessuno.
Risultato? Finita in soffitta l’iniziale contestazione di tentata strage e destinata ad essere archiviata quanto prima, ovviamente, l’aggravante mafiosa, restano in piedi il danneggiamento delle auto di Ranucci e della figlia ed i reati relativi all’esplosivo utilizzato.
E qui cominciano i conti. Partiamo dal reato di danneggiamento. La forma base va dai sei mesi ai tre annidi reclusione. Per quanto riguardo l'utilizzo dell'esplosivo, invece, la pena aumenta un po’: da uno a cinque anni di reclusione in caso di attentato alla «pubblica incolumità».
Il calcolo, va detto, non consiste nel sommare semplicemente le pene dei singoli reati. Va individuata la pena per il reato più grave, aumentata per gli altri fatti con la continuazione.Un esempio. Se per l’esplosivo il giudice decidesse di tenersi «basso», applicando il minimo di un anno o poco più, e per il danneggiamento venisse aggiunto un aumento contenuto, si potrebbe arrivare a una pena complessiva nell’ordine, come sottolineato ieri dal Tempo, di un anno e sei mesi. Senza contare le attenuanti che non si negano a nessuno. A quel punto entrerebbe in campo il patteggiamento e sulla pena concordata scatterebbe la riduzione di un terzo prevista per legge.
L’obiettivo è rimanere sotto i due anni. È quella la soglia che interessa alla difesa perché attorno a quella cifra entrano in gioco una serie di istituti e benefici che possono cambiare radicalmente la sorte di Lavitola e spalancare le porte del carcere.
Ecco dunque che la confessione di questa settimana assume un peso strategico. A luglio la linea era quella della totale estraneità. A Rebibbia l'altro giorno è diventata: sì, sono io il mandante, ma l’ho fatto per il bene di Ranucci.
Non negare più il fatto ma provarne a ridurne la qualificazione e soprattutto il movente. Perché se la bomba non è più giuridicamente una tentata strage, ma resta un fatto di danneggiamento con l’utilizzo di esplosivo, cambia tutto.
La strategia, insomma, è molto razionale: prendere atto che negare tutto non è più sostenibile, ammettere la responsabilità per l’azione materiale e contemporaneamente sostenere che non c’era alcuna volontà di uccidere, né un progetto intimidatorio di stampo mafioso.
Una bomba per ottenere una scorta più numerosa.
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Il che, detto così, sembra quasi una consulenza di sicurezza finita malissi mo. Il traguardo di rimanere sotto i due anni è però in salita e non basta una confessione per ottenerlo: la giudice Moricca ha infatti stroncato ieri la narrazione di Lavitola, ritenendolo non credibile. Se comunque l’obiettivo venisse raggiunto, ma ad oggi pare alquanto improbabile salvo colpi di scena, Lavitola potrebbe uscire dal carcere entro poco e tornare alla sua attività di ristorante. Dall’accusa di aver ordinato una bomba davanti alla casa del giornalista d'inchiesta più famoso d'Italia, al ritorno dietro il bancone del ristorante. Dalla bomba alla cucina, passando per il patteggiamento.
Una cosa, non va dimenticato, è ammettere di aver ordinato l’esplosione. Un’altra è convincere il magistrato che, dietro quella esplosione, non ci fosse un progetto molto più grave.