la lettera aperta di capezzone

Sigfrido delira, Valterino lo salva ma gli italiani non credono alle favole. Ranucci ora tragga le conseguenze

Daniele Capezzone

Egregio Sigfrido Ranucci, è proprio vero che chi trova un amico trova un tesoro. La sensazione di ieri, alla conclusione di una lunga giornata, è che lei e Valterino Lavitola, alla fine della fiera, vi siate ancora una volta sorretti a vicenda. Lei ha continuato a recitare la parte del martire, come vedremo tra poco, mentre il suo amico faccendiere, davanti ai magistrati, si è preso la colpa nel modo tutto sommato più glorioso per lei.

Ora, può anche darsi che qualcuno, dentro e fuori i palazzi di giustizia, sia disposto a bersi un racconto edulcorato, che sembra concepito per ridurre il danno e circoscrivere i vostri guai. Ma, mi creda, tanti italiani non hanno la sveglia al collo e neppure l’anello al naso. E la sua figuraccia resta incancellabile.

Sic transit gloria mundi. E purtroppo per lei, insieme con la gloria, dev’essersene andata via pure un bel po’ di lucidità, visto che ieri a ora di pranzo, in modo del tutto surreale e pazzotico, lei ha pubblicato un post su Facebook in cui si è auto-accostato nientemeno che ad Aldo Moro, a Piersanti Mattarella, a Giovanni Falcone e a Paolo Borsellino.

E scusi, di grazia, chi sarebbero le «Brigate Rosse» che l’hanno sequestrata e uccisa? O le cosche mafiose responsabili del suo omicidio? Ma si rende conto di quello che ha scritto?

Per aiutarla (ci pare lei ne abbia bisogno), le chiariamo qui la dinamica dei fatti.

I suoi guai derivano dai suoi rapporti, liberamente scelti e protratti nel tempo, con chi le preparava lo spaghettino cozze e vongole, e contestualmente pensava di innalzarla verso un trionfo elettorale, già anticipato da un lussuoso sondaggio di pre-incoronazione, un questionario preparato – apprendiamo – con la supervisione di Paolo Mieli e Stefano Cappellini.

 

 

Non siamo davanti a un complotto, gentile Sigfrido, ma a un auto-complotto. Ha fatto tutto lei con il suo compagno di merende (anzi, di cene) a Monteverde Vecchio. Il responsabile lo troverà la mattina davanti allo specchio facendosi la barba. E allora dia retta a noi de Il Tempo, che siamo duramente critici ma leali, non facciamo sgambetti e tantomeno agguati, e nemmeno proviamo compiacimento per le disgrazie altrui. Stia a sentire: per lei è finita una stagione, si è conclusa male, e ora le conviene evitare che prosegua ancora peggio. L’eclissi è in atto: faccia in modo che non sia pure accompagnata da un evidente e incontrollabile delirio.
Mi rendo conto, è difficile misurarsi con la nuova realtà: pochi mesi fa lei era oggetto di inni e ovazioni in mezzo alle toghe, simbolo e icona della campagna referendaria, giusto tra i giusti, puro tra i puri, santissimo tra i santissimi, portato in processione dall’Anm. Adesso le circostanze sono decisamente più amare: sta venendo giù tutto il suo castello di carte e di narrazioni.

Mi creda Sigfrido, la battaglia di immagine è perduta e la figura di melma totale. Lei sarebbe il principale «inchiestista» del servizio pubblico, il più imbattibile dei segugi, il più temuto investigatore dei rapporti tra informazione e giustizia. Eppure, ecco le tre poco esaltanti alternative: o Lavitola l’ha messa nel sacco trattandola come un povero fessacchiotto (è la tesi del gip), o eravate del tutto in combutta (qui a Il Tempo non possiamo e non vogliamo crederci), oppure c’è qualche ragione ancora non emersa per la quale avete comunque ritenuto di sostenervi reciprocamente, di non mollarvi, di darvi manforte. E la giornata di ieri conferma – per motivi che non conosciamo – questa terza sensazione.

Ma si rende conto delle telefonate che Il Tempo ha svelato ieri? Lei che, incredibilmente, si affanna a trovare alibi e giustificazioni per l’uomo accusato di essere il mandante di un attentato contro la sua casa e la sua famiglia? Suvvia, è francamente troppo anche per gli slabbrati standard della comicità italica.

E che dire del già citato sondaggione politico per lanciarla? Anche lei a un certo punto si è interessato del tema, forse lusingato, forse sedotto, chissà. Anche lì: c’è cascato o ci ha marciato?

E poi gli intrecci con Report, con Valterino che faceva il bello e il cattivo tempo.

 

Non tocca a noi stabilire se alla fine siano davvero andati in onda servizi o puntate «on demand»: ma è chiaro che le interferenze del faccendiere ci sono state. Ora si tratta solo di valutare che grado di efficacia abbiano avuto caso per caso.

E vogliamo forse dimenticare le insinuazioni di Report contro il deputato Gimmi Cangiano? I siparietti in Commissione (microfoni spenti e seduta secretata) per gettare fango sul senatore Fazzolari e fumo negli occhi degli italiani? E le accuse sparacchiate contro Il Tempo e gli altri giornali del gruppo Angelucci?

Mi stia a sentire, Sigfrido. Anche se in sede giudiziaria Valterino si caricherà sulle spalle ogni colpa, sul piano della credibilità pubblica è andata malissimo pure per lei. Si prenda un periodo sabbatico, racconti tutta la verità, lasci la trasmissione (così forse la salverà, sperando che diventi uno spazio un pochino meno scorretto e fazioso), e si riproponga tra qualche tempo. Senza scenate, senza crisi isteriche, senza psicodrammi.

Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Cordialità.