caso ranucci

Lavitola al giudice: "Chiesi spari contro casa di Ranucci, non una bomba"

Redazione web

Non una bomba ma una serie, quattro o cinque, di colpi di pistola dimostrativi da esplodere contro il muro dell'abitazione di Sigfrido Ranucci. Questa la ''diversa modalità'' che Valter Lavitola aveva immaginato per l'attentato di cui ieri ha confessato davanti al gip, nel corso dell'interrogatorio di garanzia, di essere il mandante. Ma una volta appresa la notizia che l'attentato era avvenuto tramite l'esplosione di un ordigno rudimentale che ha danneggiato le auto del conduttore di Report, a quanto si apprende, non avrebbe avuto da obiettare perché avrebbe comunque ritenuto anche quella modalità dimostrativa.

 

L'ex editore e imprenditore, in carcere in alta sicurezza a Rebibbia da lunedì quando i carabinieri del Nucleo Investigativo gli hanno notificato l'ordinanza del gip emessa dopo le indagini della procura di Roma e al quale viene contestato il metodo mafioso, nella sua confessione ha sostenuto di aver fatto tutto per far innalzare il livello di protezione al giornalista. Una versione che appare in contrasto con molti degli elementi emersi dall'ordinanza che ha motivato le misure cautelari, come riportato in questo articolo sull'interrogatorio di ieri. 

 

Intanto la procura di Roma è orientata a dare parere negativo sulla richiesta di arresti domiciliari presentata ieri dalla difesa di Lavitola, al quale viene contestata l'aggravante del metodo mafioso. Sull'istanza di attenuazione della misura, si attende dunque la decisione del gip.