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Chico Forti "è innocente, è stato incastrato". Parla il fratello di Dale Pike, ucciso nel 1998

Gabriel Bernard

«Durante gli incontri con Chico Forti abbiamo parlato di tutto. Ho percepito la sua sincerità guardandolo negli occhi, per me non ci sono dubbi: è innocente». Bradley Pike ha perso suo fratello Dale nel 1998, trovato morto su una spiaggia di Miami. Un omicidio che ha portato alla condanna all’ergastolo dell’imprenditore trentino.

Una detenzione di 24 anni negli Stati Uniti, poi nel 2024 l’accordo per il trasferimento in Italia dove Forti continua a scontare la pena nel carcere di Montorio, a Verona.

Ora, a quasi trent’anni di distanza, Bradley Pike è arrivato in Italia dall’Australia per incontrare l’uomo condannato di quell’omicidio. Non per accusarlo, ma per difenderlo. Per il Tribunale di Sorveglianza di Venezia «non sono emerse manifestazioni di interesse per i parenti della vittima del reato».

Lei ora difende l’innocenza di Enrico Forti.
«Assolutamente sì e non ho dubbi. Il mio unico scopo ora è quello di ridargli la libertà e l’onore che merita. Quando ho saputo che gli è stata negata la libertà condizionale mettendo in mezzo il mio nome e quello della mia famiglia sono rimasto turbato».

In che modo?
«Si è parlato di un risarcimento economico. Trovo disgustosa l’idea che si possa comprare la vita di una persona con il denaro, io non chiederei mai alcun tipo di risarcimento economico per la morte di mio fratello, per me è un concetto ripugnante. Poi c’è un altro errore, nella decisione scrivono che mio padre era in vita, ma era già morto da sei anni».

Lei e Chico poi vi siete incontrati.
«Sì, per due volte, durante il percorso di giustizia riparativa. Ogni incontro durava quattro ore, sono state così intense».

Si spieghi meglio.
«Poterlo incontrare e guardarlo negli occhi, abbracciarlo e vedere le lacrime che scendevano sul suo viso. Ha risposto a ogni mia domanda, sempre. E mi ha raccontato tutto di lui. Ne avevamo bisogno entrambi e ho realizzato una cosa importante».

Mi dica.
«Ho visto un uomo distrutto da anni di carcere. Il dolore negli occhi di una persona che ha perso gran parte della sua vita, ma soprattutto ho visto qualcuno che voleva essere ascoltato. E ho realizzato di essere in prigione con lui. Chico, Dale, la mia famiglia. Abbiamo tutti bisogno di giustizia».

Questa convinzione le è venuta dopo gli incontri?
«No, era già maturata prima. Ho letto le 3.500 pagine del processo e molti elementi non tornano. Non riesco a capire quale possa essere il movente: Chico aveva una famiglia, un’attività di successo, una vita costruita. Perché avrebbe dovuto rischiare tutto?».

E a cosa crede?
«Penso che sia stato incastrato. Il sistema giudiziario e quello investigativo americano avevano investito enormi risorse in questo caso. Ed erano coinvolte persone di nazionalità diverse: mio fratello era australiano, mio padre inglese e Chico italiano. Il colpevole deve essere qualcun altro e non penso che questa persona sia stata indagata in maniera approfondita».

Questa persona ha un nome?
«Thomas Knott ha truffato mio padre per milioni di dollari. Poco dopo aver patteggiato ed è scomparso. L’ho cercato a lungo, anche pagando degli investigatori privati.

 


Ricordo di aver detto a mio padre che Knott avrebbe preferito uccidere qualcuno piuttosto che finire in carcere».

E suo fratello lo conosceva?
«Sì, Knott amava le feste, la bella vita, le donne. Mio fratello voleva essere coinvolto in tutto questo».

Ma quale sarebbe stato il movente?
«Sia mio papà che mio fratello cominciavano a nutrire dei sospetti nei confronti del tedesco, così hanno deciso di incontrare lui e Chico. Penso che Knott si sia spaventato, che abbia temuto che venissero a galla le truffe nei confronti di papà che era molto malato».

Ora cosa farà?
«Sto cercando di ottenere il permesso per parlare davanti ai magistrati che dovranno decidere il futuro di Chico. Gli incontri durante la giustizia riparativa sono stati straordinari, ma per me non bastano. Voglio portare davanti alla corte un altro aspetto».

Quale?
«Quello umano, voglio poter parlare direttamente ai giudici a nome mio e della mia famiglia. A settembre, quando ci sarà l’udienza, tornerò in Italia».