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Maxi profitto, svolta dell'inchiesta sulle mascherine cinesi: l'abnorme differenza tra prezzo finale e costo di partenza
C’è un «particolare» che continua a sfuggire nel racconto della gigantesca operazione di acquisto delle mascherine, per un miliardo e 250 milioni di euro, durante la pandemia. Da anni si discute del fatto che lo Stato avrebbe pagato quei dispositivi fino a quattro volte il loro valore. La ricostruzione è emersa dalle inchieste giudiziarie e dalle audizioni davanti alla Commissione parlamentare sul Covid.
Rileggendo però le carte, viene spontaneo chiedersi se non ci si sia fermati un passaggio prima della vera domanda. Quale era davvero il prezzo di quelle mascherine cinesi? Non quello indicato nelle fatture arrivate in Italia o quello dichiarato dagli intermediari. Ma il prezzo pagato all’origine, nel momento esatto in cui quei dispositivi lasciavano la fabbrica cinese.
Perché se il prezzo preso come riferimento fosse stato già «gonfiato» lungo la filiera commerciale, allora anche il famoso sovrapprezzo «quadruplicato» rischierebbe di raccontare soltanto una parte del fenomeno.
Una delle giustificazioni è stata quella secondo cui il prezzo di circa 0,49 euro a mascherina avrebbe compreso trasporto, logistica e consegna, risultando quindi compatibile con i valori di mercato di quel periodo emergenziale.
Ma dagli atti depositati presso la Commissione parlamentare emerge un quadro diverso. Una relazione degli uffici delle Dogane ha evidenziato come il prezzo pagato dal commissario straordinario Domenico Arcuri per il maxi appalto cinese fosse superiore rispetto ai prezzi sostenuti, nello stesso periodo, da operatori privati per prodotti analoghi.
Anche informative della guardia di finanza e dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli hanno segnalato diverse anomalie nei prezzi praticati dai consorzi cinesi coinvolti nell’operazione.
In una tabella delle fiamme gialle Finanza, riepilogativa dei prezzi applicati dai consorzi cinesi e dagli altri operatori del settore, risulta poi che le offerte del maxi appalto erano superiori rispetto a quelle ricevute, nello stesso periodo, dalla struttura commissariale da altri soggetti, comprese ambasciate e imprese italiane.
Elementi che rendono ancora più centrale una domanda rimasta sospesa: quanto valeva davvero quel prodotto prima di entrare nella complessa rete di intermediari?
Nelle migliaia di pagine prodotte in questi anni, e di cui il Tempo ha dato conto, si parla di commissioni, intermediari, società estere, certificazioni, bonifici internazionali e rogatorie.
Ma non risulta che sia mai stata ricostruita fino in fondo una domanda fondamentale: quanto costava realmente produrre quelle mascherine e quanto venivano pagate direttamente ai produttori cinesi? Una mancanza che non può non far riflettere.
In questo quadro torna inevitabilmente la figura di Mario Benotti. Il suo nome è diventato il simbolo dell’intera vicenda. Giornalista, con una rete di relazioni costruita negli anni tra istituzioni e politica, è stato l’uomo che mise in contatto la struttura commissariale di Arcuri con il consorzio cinese destinato a ottenere una parte consistente delle commesse.
Intorno al suo ruolo si sono concentrate le indagini della Procura di Roma. Le commissioni riconducibili alla sua attività, circa sette milioni di euro, sono diventate uno degli elementi più discussi dell’inchiesta.
Sette milioni sono una cifra enorme se riferita a un’attività di intermediazione. Diventano però una cifra quasi marginale se rapportati a un’operazione commerciale superiore al miliardo di euro.
È possibile che l’attenzione si sia concentrata sull’ultimo anello della catena, quello più visibile, trascurando ciò che potrebbe essere accaduto molto prima?
Se il vero margine economico fosse stato costruito all’origine della filiera, attraverso una progressiva crescita dei prezzi prima ancora che le mascherine arrivassero agli intermediari italiani, le commissioni finite al centro delle cronache rappresenterebbero soltanto una parte, forse nemmeno la più rilevante, dell’intero meccanismo. Da anni si discute se quelle mascherine siano state pagate quattro volte il loro valore. Forse però la domanda corretta è un’altra: chi ha stabilito quale fosse realmente quel valore?
Perché se nessuno è mai risalito al prezzo pagato direttamente al produttore cinese, allora si rischia di confrontare un prezzo con un altro prezzo, e non un prezzo con il costo reale.
Una differenza apparentemente tecnica, ma che può valere centinaia di milioni di euro.
Se un produttore avesse venduto una mascherina a dieci centesimi e quella stessa mascherina fosse arrivata in Italia a cinquanta o sessanta centesimi dopo una lunga catena di passaggi societari, tutta la documentazione commerciale risulterebbe formalmente regolare. Ma il valore originario del bene sarebbe ormai scomparso, sostituito dal valore creato dalla filiera.
Molte indagini sul Superbonus voluto da Giuseppe Conte hanno mostrato costo iniziale come beni e servizi dal contenuto siano stati spesso contabilizzati a valori molto più elevati, generando enormi margini economici.
Il principio è sempre lo stesso: quando il prezzo di partenza non viene verificato, ogni passaggio successivo può diventare un’occasione per aggiungere valore sulla carta. Ed è qui che torna il tema degli intermediari.
Benotti, scomparso improvvisamente nel 2023, è diventato il volto più noto di quella rete di mediazioni. Le commissioni legate al suo ruolo sono state raccontate ampiamente e sono diventate uno degli aspetti più discussi della vicenda.
Ma proprio quelle somme potrebbero aver finito per spostare tutta l’attenzione sull’ultimo passaggio della catena, lasciando nell’ombra ciò che potrebbe essere accaduto prima.
Perché se il margine fosse stato creato già tra produttori, società estere e primi acquirenti, allora le provvigioni emerse rappresenterebbero soltanto la parte visibile di un sistema economico molto più ampio.
Naturalmente nessuno può affermare che sia andata così senza prove definitive.
Ma resta una domanda difficile da ignorare: perché la verifica del prezzo originario non è mai diventata in questi anni il cuore dell’accertamento?
Stiamo parlando di una delle più grandi commesse pubbliche della storia repubblicana. Possibile che nessuno abbia sentito il bisogno di risalire fino al primo prezzo? Quello vero. Quello pagato alla fabbrica.
Perché è lì, e non sull’ultima fattura emessa, che comincia ogni seria ricostruzione economica. La complessità della filiera è stata soltanto una conseguenza dell’emergenza sanitaria o qualcuno ha trovato il modo di trasformarla in uno strumento per creare margini invisibili?
Ad oggi manca dunque la verifica più importante: seguire il denaro fino alla sua origine. Come ricordava sempre Giovanni Falcone: «Follow the money».