Rogoredo
Rogoredo, Cinturrino destituito dalla polizia: l’accusato dell'omicidio di Mansouri non è più poliziotto
Carmelo Cinturrino, l'assistente capo in servizio al commissariato Mecenate di Milano e accusato dell'omicidio di Abderrahim Mansouri, non fa più parte della polizia di Stato. Il provvedimento di destituzione, firmato dal capo della polizia Vittorio Pisani il 20 maggio, gli è stato recapitato in carcere il 22 maggio, dove l'uomo è detenuto dallo scorso gennaio, a valle del procedimento disciplinare avviato subito dopo l'arresto. L'allontanamento definitivo arriva al termine di un iter rapido, voluto fin dall'inizio dai vertici della polizia. Già a fine febbraio, infatti, lo stesso Pisani aveva anticipato in un'intervista al "Corriere della Sera" l'intenzione di procedere senza attendere i tempi ordinari della giustizia: la prassi disciplinare solitamente prevede l'attesa del rinvio a giudizio, ma nel caso di Cinturrino l'urgenza sembra giustificata dalla chiarezza e dalla serietà delle accuse. Per il capo della polizia, chi tradisce la missione delle forze dell'ordine tradisce prima di tutto il giuramento di fedeltà alla Repubblica.
L'episodio al centro dell'inchiesta risale alla sera del 26 gennaio scorso, nel cosiddetto "boschetto della droga" di Rogoredo, periferia sud-est di Milano, storica piazza di spaccio. Durante un controllo antidroga, Cinturrino avrebbe esploso un colpo di pistola alla testa di Mansouri, giovane marocchino. L'agente sostenne inizialmente di aver agito per legittima difesa, riferendo di essersi sentito minacciato da un'arma puntata contro di lui. Le indagini coordinate dalla Procura di Milano avrebbero però smontato questa versione. Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Mansouri non sarebbe stato in possesso di alcuna arma al momento della sparatoria: la pistola, in seguito rivelatasi una semplice replica di una Beretta 92, sarebbe stata fatta recuperare dallo stesso Cinturrino tramite un collega più giovane e posizionata accanto al corpo solo in un secondo momento, per inscenare una situazione di pericolo. Lo stesso agente, durante l'interrogatorio, sembra abbia ammesso di aver collocato l'arma giocattolo vicino alla vittima per timore delle conseguenze, e che l'arma finta, di cui il DNA rilevato è esclusivamente suo, è stata trovata grazie all'ordine dato a un collega di recuperarla dal commissariato Mecenate. Una ricostruzione che sarebbe stata confermata anche dal collega incaricato del recupero e da altri agenti presenti quella sera. Per la Procura, guidata dal procuratore capo Marcello Viola con il coordinamento del pm Giovanni Tarzia, si tratterebbe di omicidio volontario aggravato dalla premeditazione: secondo questa ipotesi, Cinturrino avrebbe pianificato l'azione contro Mansouri.
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L'inchiesta, alimentata in particolare dalle testimonianze di frequentatori abituali del boschetto, ha fatto emergere un quadro ben più ampio di presunte condotte illecite legate alla gestione informale dello spaccio nella zona. Secondo quanto ricostruito, sarebbero più di trenta i capi d'imputazione contestati dalla Procura all'ormai ex poliziotto, tra cui sequestro di persona, detenzione e spaccio di stupefacenti, estorsione, concussione, percosse, arresto illegale, calunnia, falso e depistaggio. Nel boschetto l'agente sembrerebbe essere noto con un soprannome legato all'abitudine di portare con sé un martello, strumento che secondo alcune testimonianze avrebbe usato per intimidire o colpire spacciatori e tossicodipendenti. Il 5 maggio il Tribunale del Riesame ha respinto le richieste della difesa di scarcerazione o di concessione degli arresti domiciliari, confermando la misura della custodia cautelare in carcere. Cinturrino si trova tuttora recluso nella casa circondariale di San Vittore.