la storia
Terrorismo, “da studente a emiro del Daesh. Ecco la mia carriera nell’Isis”. La testimonianza di Abdel Hamid
Tre nomi per raccontare l’ascesa di un egiziano dentro l’Isis. Haytham Abdel Hamid è il nome dei registri egiziani. Rashid al-Masri quello scelto dentro lo Stato Islamico. Fahmi al-Aswad il nome scritto sul passaporto falso con cui tentò la fuga. Tre identità per un solo uomo, oggi nelle mani delle autorità egiziane, che davanti alle telecamere del canale documentaristico AlWathaeqya ricostruisce il passaggio da studente di Medicina, poi laureato in Economia e Scienze politiche, a emiro delle frontiere di Daesh. L’intervista risale al 2023. Ma a pochi giorni da un nuovo raid Usa contro un leader Isis nel nord-ovest della Siria, vicino al confine turco, torna attuale la testimonianza dell’ex emiro di Daesh che proprio delle frontiere siriano-turche era diventato responsabile. Il percorso comincia negli ambienti del cosiddetto salafismo scientifico, quello che Rashid descrive come adesione alla Sunna e ai primi tre secoli dell’Islam, i salaf, senza passaggio necessario alla lotta armata. «Non è necessario che ogni salafita scientifico diventi salafita jihadista - dice -. Certamente è la quota maggiore. La quota proveniente dai Fratelli Musulmani è inferiore a quella del salafismo scientifico». In quella zona grigia entrano anche ultras, socialisti rivoluzionari, giovani attratti non solo dall’idea, ma dalla forza dell’idea quando sembra vincente.
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La prima soglia armata è la Libia del 2011. Bengasi, la linea di combattimento fissata tra Nato e Gheddafi, Ahrar Libya, la rivoluzione che da promessa diventa campo di milizie. Qui il racconto si fa più delicato. Alla domanda se avesse ricevuto addestramento in Libia, Rashid risponde: «C’erano addestratori della Nato o affiliati a Paesi della Nato. Non so come li avessero ottenuti. Uno si chiamava Mohammed al-Turki e l’altro Marco Cechi. Addestravano le fazioni o le milizie». Gli chiedono su cosa. Lui aggiunge: «Alla fine era un addestramento utile a trasformare un civile in combattente il più velocemente possibile, per farlo entrare rapidamente in battaglia. Naturalmente gli aerei della Nato svolgevano il compito principale». Nella sua versione, lui arriva tardi. «Io non l’ho ricevuto davvero, perché arrivai alla fine del corso», precisa. Impara da altri militanti a smontare e pulire l’AK-47. Il resto, dice, erano armi pesanti, contraeree da 14 o 23, la grammatica essenziale di una guerra imparata in fretta.
Dopo Bengasi arriva la Siria. L’amico Amjad, ingegnere aeronautico, parte per Jabhat al-Nusra nel novembre 2012 e lo spinge a raggiungerlo. La copertura psicologica arriva dall’Egitto di Mohamed Morsi e dalla conferenza «Sostegno alla Siria» del 2013. Rashid nega che i jihadisti siano partiti per obbedire direttamente all’allora presidente, ma riconosce l’effetto politico e religioso di quel clima: andare in Siria sembrava possibile, sicuro, persino reversibile. «Era, come ho detto, una sicurezza psicologica e governativa: non saresti stato sottoposto a punizioni o molestie», afferma. Nel maggio 2013 entra in Siria. Poi lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, Daesh, la scalata interna, gli incarichi di comando, le frontiere siriano-turche, i rapporti con i Paesi vicini. L’uomo che aveva studiato Scienze politiche e citava i salaf finisce a presidiare il confine di un califfato.