Il manifesto islamico italiano

Il manifesto islamico italiano. I deliri di Piccardo: “L’asse della resistenza da Hezbollah ad Hamas”

Francesca Musacchio

«L’asse della Resistenza, da Hezbollah in Libano a Hamas e alla Jihad Islamica in Palestina, fino alle milizie irachene e yemenite, non è soltanto una galassia militare, ma una forma innovativa di politica internazionale fondata sulla legittimità morale e sulla solidarietà religiosa». Hamza Piccardo, 9 maggio 2026, Roma, convegno "Capire l’Iran" organizzato dall’Asse antimperialista (video dell’evento disponibile su YouTube). La frase è la chiave politica di un discorso che rilegge due secoli di resistenze anticoloniali islamiche fino all’Iran khomeinista, a Hezbollah, Hamas, Jihad Islamica, Houthi e milizie irachene dentro un’unica genealogia di liberazione. Piccardo, attivista, islamista e responsabile di varie associazioni musulmane in Italia, parte da Abd el-Kader in Algeria, Abd el-Krim nel Rif, Omar Mukhtar in Libia, il Mahdi in Sudan. Figure storiche di lotta contro il dominio coloniale. Da lì costruisce un ponte diretto con la Repubblica islamica dell’Iran e con la rete armata che Teheran ha proiettato dal Libano alla Palestina, dall’Iraq allo Yemen. La resistenza anticoloniale diventa, quindi, resistenza islamica, a sua volta asse geopolitico che si trasforma in «legittimità morale».

 

 

Il problema non è la critica all’Occidente, la denuncia del colonialismo, la lettura dell’Iran come potenza regionale. Ma il modo in cui Piccardo assorbe nella categoria della resistenza organizzazioni, milizie e apparati armati senza separare la lotta politica dalla violenza contro civili, la guerra dall’attentato, il conflitto dalla giustificazione religiosa. Hezbollah viene descritto come caso di successo di guerra asimmetrica. L’attentato del 1983 contro le caserme dei Marines a Beirut diventa «il segnale più eclatante». Il ritiro israeliano dal Libano meridionale del 2000 viene indicato come la consacrazione della «resistenza islamica come attore politico legittimo». La debolezza militare si trasforma in «glorificazione del sacrificio». La fede armata tende a superare la tecnologia occidentale. Hamas e Jihad Islamica entrano nello stesso schema e sono presentate come formazioni sorte nella contrapposizione all’occupazione, dotate di apparati militari, radicate nella causa palestinese. Non una parola sugli attacchi contro i civili e sugli ostaggi. Non c’è una distinzione tra obiettivo militare e bersaglio indiscriminato. L’omissione pesa perché il discorso non è generico. Entra nei dettagli quando deve valorizzare efficacia, sacrificio, organizzazione, reti armate e risultati politici. Il passaggio sul 7 ottobre è il più grave. «E poi venne il 7 ottobre, che spazza via molti giochi, smaschera le ipocrisie». Da una parte, dice Piccardo, c’è «la resistenza islamica», dall’altra «il kufr, la miscredenza». Il popolo assediato, nella sua formula, «ha rotto l’assedio» e «ha attaccato gli assedianti». Il massacro scompare nella sintassi. Le vittime scompaiono nella cornice e l’azione viene ricollocata dentro una mitologia di riscatto.

 

 

Qui l’intervento smette di essere soltanto una lettura geopolitica e diventa una costruzione di senso. Il conflitto non è più tra Stati, movimenti, popoli, interessi, occupazioni, guerre e responsabilità. Diventa opposizione tra resistenza e miscredenza. La categoria religiosa non accompagna la politica, la sostituisce. L’avversario non è più solo nemico, è il campo del kufr. L’apologia del terrorismo, nel diritto penale, non coincide con ogni discorso estremo, radicale o militante. Richiede valutazioni su contesto, pubblico, diffusione, intenzione e idoneità concreta a provocare reati. Nell’intervento di Piccardo non compare un ordine operativo o un invito diretto ad arruolarsi, colpire, imitare, organizzare attentati. Sul piano politico e retorico, però, la costruzione apologetica è evidente. Il discorso non si limita a spiegare Hamas, Hezbollah, Jihad Islamica e le milizie filo-iraniane. Le nobilita, mentre carica di valore l’asse iraniano e ingloba la violenza in una narrazione di liberazione. Il 7 ottobre, quindi, diventa uno spartiacque senza condanna. Il risultato è un intervento colto, strutturato, storicamente ambizioso, ma non equilibrato. La sua forza è anche il suo rischio. Usa la storia anticoloniale per dare profondità alla militanza contemporanea e la fede per saldare ciò che la politica non riesce più a giustificare. Usa la parola resistenza per coprire zone che avrebbero bisogno di nomi più precisi. Resta una domanda, quindi, più politica che giudiziaria. Se tutto ciò che si oppone all’Occidente diventa legittimo, se tutto ciò che si richiama alla fede diventa morale, se tutto ciò che colpisce Israele diventa resistenza, non resta più spazio per distinguere la causa dal metodo, il popolo dalla milizia, la giustizia dalla strage. Dio è morto, Marx pure. E anche la politica non si sente molto bene.