l'analisi

Rubio il peacemaker. Capezzone: Prevost, Trump e il successo scontato di un "interprete" speciale

Daniele Capezzone

Chi legge Il Tempo sta sempre almeno un giro avanti. Infatti questo giornale vi aveva raccontato da giorni, in solitudine pressoché totale, che il colloquio tra Papa Leone e il Segretario di Stato americano Marco Rubio sarebbe molto probabilmente andato bene. E infatti è andata così, nonostante che i profeti di sventura immaginassero chissà quali sconquassi.

Ne abbiamo lette – prima – di tutti i colori: perfino che Donald Trump volesse tendere una trappola al suo ministro, quando invece era ed è evidente che Rubio stia scalando posizioni e abbia molto probabilmente scavalcato il vicepresidente J.D. Vance nella corsa alla nomination presidenziale per il 2028. Leggete oggi il nostro vaticanista Francesco Capozza: il Papa e Rubio non avrebbero nemmeno parlato dei recenti screzi con Trump, tema poi affrontato rapidamente nel successivo colloquio con il cardinale Parolin.

Di più: il Papa avrebbe perfino sorriso di “certe fantasiose ricostruzioni”.

 

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Del resto, che le cose sarebbero andate bene ce lo diceva la logica, non solo le informazioni di cui disponevamo. Se davvero le tensioni fossero state insuperabili, se il dissenso fosse stato non componibile, molto semplicemente l’incontro di ieri non ci sarebbe stato.

Nelle loro diverse funzioni, un Pontefice (per evidenti ragioni spirituali) e un Ministro degli Esteri Usa (per motivi di autorevolezza politica) non vanno in giro a litigare, e meno che mai a farlo sapere a tutto il mondo.

Al contrario, entrambi gli interlocutori avevano tutto l’interesse alla tessitura di una tela buona e resistente. Il Pontefice, perché non ha alcun motivo di farsi arruolare in un confuso fronte antitrumpista mondiale: difende i suoi princìpi (ovviamente), fa il Papa (e quindi non si mette di certo a inneggiare alle guerre o al contrasto all’immigrazione), ma non cerca scontri. Al massimo risponde quando Donald Trump esagera, cosa che accade piuttosto di frequente, o quando viene chiamato in causa dalla Casa Bianca in modo sgraziato.

 

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Dall’altro lato, pure Marco Rubio non cerca scontri. È americano come papa Prevost, è cattolico, e come dicevo ha buone chances (speriamo) di essere il candidato repubblicano nel 2028: perché mai dovrebbe desiderare un litigio con il Papa?

Naturalmente, esiste anche una dimensione tutta politica del colloquio di ieri.

Papa Leone sa che Trump (altro che “pazzo”) ha messo in piedi, elettoralmente parlando, una coalizione che unisce cattolici conservatori, cristiani evangelici ed ebrei.
Sarebbe insensato per il Capo della Santa Sede mettersi contro quei mondi, schiacciandosi solo sulla parte progressista del cattolicesimo mondiale. E per altro verso, Trump e soprattutto Rubio comprendono bene che un conto è il linguaggio per i comizi “Maga”, altro conto è il lessico con cui illustrare al leader mondiale dei cattolici le loro linee di politica estera e di contrasto all’immigrazione irregolare. Spiegarsi meglio era ed è necessario: per questo, sorridendo, potremmo dire che - pur parlando tutti e tre l’inglese come madrelingua - Rubio si pone come una specie di “interprete” tra Trump e Prevost. Non solo un “peacemaker”, come titola oggi Il Tempo, ma anche un “traduttore”, un ponte (“bridge”) tra la dimensione superpop e a volte trash di Trump e la dimensione istituzionale e spirituale di Leone XIV.

 

Realisticamente, mutatis mutandis, qualcosa del genere accadrà oggi anche con Giorgia Meloni: è interesse sia di Washington sia di Roma valorizzare più le vicinanze che le distanze, pur essendo gli uni e gli altri consapevoli delle spigolosità e degli scatti di umore di Trump. E del resto in diplomazia non bisogna mica essere d’accordo su tutto.

Gli americani usano una splendida espressione (“agree to disagree”) che indica proprio questo: anche la capacità di delimitare, accettare e gestire il perimetro del reciproco dissenso.

 

Se le cose stanno così (e qui pensiamo proprio che stiano così), perché, allora, sui nostri media, prevale un racconto sempre e solo negativo? Ci hanno raccontato che il Papa e Rubio si sarebbero presi a pesci in faccia, che Meloni accoglierà l’ospite americano a borsettate, che tutto sarebbe finito o finirà malissimo. Falso. La realtà è che, per banali ragioni propagandistiche e per ostilità contro il centrodestra, si vuole costruire un racconto mediatico esclusivamente negativo. Si alimenta così un clima tossico. Si negano i buoni risultati sull’immigrazione; in economia, si descrive un paese alle corde; nei rapporti con l’Ue, si sostiene che Bruxelles faccia bene a dirci di no. Quello che certi media sognano - in odio al governo - è un clima perennemente surriscaldato, con i nervi a fior di pelle, con le piazze ululanti, e magari con qualche incidente. Una specie di 25 aprile permanente, una piazzata continua, con attori-cantanti-conduttori confusi e confondibili con la comitiva Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni. Ecco perché la priorità delle prossime settimane (per tutte le persone ragionevoli e non faziose, non solo per il centrodestra politico) è conquistare un minimo di normalità psicologica e di correttezza sulle reti televisive pubbliche e private, nessuna esclusa. In condizioni alterate-faziose-estremizzate, la sinistra prospera e sguazza. Al contrario, in un contesto televisivo di minima civiltà, il palloncino della sinistra è destinato a sgonfiarsi.